La capitale che vibra

Oltre venti milioni di abitanti, oltre duemila metri di altitudine e una piazza che può contenere più di centomila persone. La capitale messicana è una città di numeri imponenti ma è anche una città dalle molte anime: quella antica, azteca, quella coloniale, spagnola, e quella moderna dei suoi grattacieli. E poi il caleidoscopio di colori, sapori e profumi che non ha eguali…
Le grandi città storiche sono fatte a strati. Come un wafer. Città del Messico non fa eccezione. Nello strato inferiore c’è ancora il lago, o almeno il suo ricordo, attorno al quale gli olmechi, una delle prime grandi civiltà che popolarono quest’area, costruirono i loro villaggi, poi c’è Tenochtitlán, la capitale dell’impero azteco, che spunta fuori dal selciato lasciando immaginare come dovette apparire agli occhi di Hernán Cortés nel 1519 e infine c’è la città odierna composta da una miscellanea di vestigie spagnole e modernità. Il tutto in una sorta di brodo primordiale di umanità varia che va dagli intrattenitori in abiti aztechi che fanno fermare i turisti nell’enorme piazza della Costituzione che può contenere anche centomila persone tutte insieme ai manager della city, passando per i lustrascarpe e le migliaia di bancarelle che vendono un po’ di tutto, dai souvenir alle tortillas multicolore in base al tipo di mais usato. Atterrati praticamente all’alba il primo impatto è proprio con la piazza principale che, presentandosi quasi deserta per l’orario, sembra ancora più grande di quanto sia. Al centro svetta un pennone sul quale sventola una bandiera nazionale di dimensioni monstre, simbolo non solo del Paese ma anche dell’orgoglio patriottico dei messicani.

La città e gli dei “scioglilingua”
La piazza, chiamata anche più semplicemente Zócalo, è il vero ombelico della città, costruita proprio sopra il centro nevralgico dell’antica Tenochtitlán in una operazione di cancellazione della capitale dell’antico impero voluta sembra da Cortés in persona. È dominata dalla cattedrale, costruita in stile barocco e in più riprese tra il 1530 e il 1813, mentre a est lo sguardo è interrotto dalla lunga facciata, oltre 200 metri, del Palazzo Nazionale costruito nel 1563 per ospitare il viceré del Messico.
Nell’angolo nord-est scavi archeologici hanno comunque restituito alla luce quello che resta del Templo Mayor, dedicato a Huitzilopochtli, la divinità suprema dell’affollatissimo pantheon azteco, a ovest, lungo via Francisco Madero si scorge facilmente la Torre Latinoamericana, costruita nel 1956 e alta 204 metri, e prima chiara indicazione delle molte anime che abitano la città. Considerato l’orario, considerato che comprensibilmente le camere non sono ancora a disposizione ma, soprattutto, considerata la nostra indole da assaggiatori seriali di qualunque cibo sia locale, facciamo tappa a El Cardenal, per una colazione che si prospettava fugace ma che si è presto trasformata in un’orgia gastronomica a base di tortillas de huevo con escamoles, nelle quali l’huevo è l’uovo di gallina e le escamoles le uova di formica, flautas de cordero, a base di agnello e salsa di avocado, pomodoro e formaggio e servita con fagioli refried, huarache con costilla, c’era il manzo, birria de res, una sorta di brodo di carne, e un numero imprecisato di enchiladas.

Una cosa quasi da vergognarsi, se non fosse stato per il tavolo vicino attorno al quale una famiglia messicana, bambini inclusi, ordinava piatti senza soluzione di continuità e con lo stesso nostro entusiasmo.
La cucina messicana è tuttavia, e sul serio, entusiasmante. L’uso delle decine di varietà di peperoncino che hanno a disposizione è marcante in alcuni piatti o salse, ma volendo lo si può scansare o almeno sceglierne versioni più compatibili con il proprio desiderio di sopravvivenza.
La successiva tappa aveva invece come destinazione il museo nazionale di antropologia, un monumento imperdibile alla storia antica del Messico pre-colombiano e alle diverse civiltà che lo hanno abitato.
La definizione di museo antropologico e non meramente archeologico è sintomatica perché, attraversando le sale e restando a bocca aperta davanti alle innumerevoli opere d’arte presenti, si comprende quali culture e quali organizzazioni sociali avessero quelli che per lungo tempo la nostra visione europea ha liquidato come selvaggi.
L’abilità architettonica e scultorea dei popoli che si sono succeduti in queste terre è strabiliante, la loro visione religiosa ha dato vita a una serie quasi infinita di divinità ognuna delle quali impegnata a proteggere o minacciare gli uomini ricalcando in questo il politeismo egiziano e greco.
Le sale del museo sono ricche di immagini in pietra di Quetzalcoatl, il dio serpente piumato simbolo della conoscenza e della rigenerazione vitale, Mextli, dio della guerra e delle tempeste nonché all’origine del nome Messico, Patecatl, signore dell’agave e del pulque, Centeotl, dio delle messi e del mais e Mayahuel, la dea dell’alcol. Nomi spesso impronunciabili, ma ogni cosa aveva un dio di riferimento nella cultura azteca, anche le piante allucinogene, la fertilità, un dio e una dea per non fare torto a nessuno, le prostitute, i viaggiatori, la sessualità e l’omosessualità. Perfino i disboscamenti.

Il museo antropologico è forse la visita irrinunciabile per chi si trovasse a visitare Città del Messico, ma anche l’arte più moderna non delude. In questo senso il Palacio de bellas artes, al quale arriviamo dopo una breve sosta gastronomica al La Opera Bar sontuoso locale d’epoca ricco di stucchi e specializzato in lumache, offre la possibilità di ammirare le grandi opere murali di artisti come Diego Rivera e José Clemente Orozco, esponenti di spicco della corrente social-realista.
I murali di Rivera hanno un forte impatto, sono densi, di colori e di persone, e contengono tutti un messaggio politico di critica al sistema capitalista e di sostegno alle teorie marxiste. Rivera fu iscritto al partito comunista messicano per anni ma ne venne poi espulso quando si adoperò per far ottenere l’asilo politico a Lev Trockij nel 1937.

Per la cena si va da El Parnita nel quartiere di Roma che, tra le altre cose, ha dato il nome al film di Alfonso Cuarón, premio Oscar nel 2019 come miglior film straniero.
I tacos sono come le ciliegie, uno tira l’altro, e tra una birra e l’altra perdiamo presto il conto.

In Messico, ma per il gin
Siamo a Città del Messico, ma siamo pur sempre la Velier Explorer, ergo d’accordo i musei, va bene l’osservazione di usi e costumi locali, ed è ok anche perdersi ad ammirare l’esplosione dei fiori lilla degli alberi di jacaranda che colorano magnificamente i viali. Chi scrive convince anche il resto del gruppo a condividere un sacchetto di chicharrón conditi con lime e una spolverata di peperoncino.

I suddetti chicharrón non sono altro che cotenna di maiale fritta, in pratica quello che serve per un’occlusione istantanea dell’aorta, ma li finiamo mentre ci spostiamo in auto da un punto all’altro della città, superando una dopo l’altra tutta una serie di rotonde intasate di traffico come una metropolitana giapponese all’ora di punta. Però, appunto, siamo pur sempre la Velier Explorer e a Città del Messico il nostro focus è ovviamente un distillato.
No, non il tequila, il mezcal, la raicilla o il sotol come ci sarebbe da aspettarsi. A Città del Messico ci siamo per il gin.

In città ci sono tre o quattro distillerie ma quella che visitiamo è la Distilleria Flor de Luna che, dal 2018, produce anche il Condesa Gin. È una distilleria tutta al femminile, guidata dalla ventinovenne Hillhamn Salome dove Salome è il cognome.
Hillhamn avrebbe dovuto diventare una biologa marina, ma mentre studiava lavorava anche nei bar di Città del Messico ed è stato dietro il banco di uno di questi che la sua vita ha avuto una svolta.
Praticamente autodidatta, ha studiato prima le infusioni, poi la distillazione vera e propria trovando ispirazione nella cucina messicana e in alcuni suoi ingredienti caratterizzanti. Come i fiori di ibisco, con i quali in tutte le case si aromatizza l’acqua, ma anche la cannella, i chiodi di garofano e i peperoncini che si usano per il mole, o il tejate, una bevanda pre-colombiana a base di mais e di cacao.

Fondata nel 2016, la distilleria Flor de Luna si è fatta rapidamente conoscere non solo a Città del Messico ma anche in un nutrito numero di celebri cocktail bar nordamericani.
I suoi gin si producono in pot still piuttosto piccoli, il più grande è da quattrocento litri, l’acqua la si acquista in taniche e le botaniche si lasciano in macerazione, in acqua e alcol da cereali, per un paio di giorni prima di procedere a un’unica distillazione.
Le botaniche sono la parte più interessante e, ginepro a parte, sono tutte di origine messicana. Dal palo santo, un legno dal profumo intenso e incantevole, al calamo aromatico, una pianta semiacquatica usata anche nella medicina ayurvedica, dalla chaya, una pianta tipica dello Yucatan che si usa anche in cucina, al chile de árbol, una delle tante varietà di peperoncino che si coltivano da queste parti.

Al momento le bottiglie sono tre: le prime due, Condesa Clasica e Condesa Prickly Pear and Orange Blossom, sono già presenti nel catalogo Velier e poi c’è il Condesa Sahumerio che ha debuttato da poco e che si caratterizza per l’uso, tra le botaniche, di fiori di calendula, legno di sandalo, e copal, una sorta di resina vegetale aromatica.
Molto pulito, molto London Dry, ma con un carattere originale dato dal palo santo, dalla salvia e dal gelsomino, il Clasica, più gentile e più dolce per quanto privo di zuccheri aggiunti il Prickly Pear caratterizzato da fiori d’arancio, lamponi e fico d’India, decisamente intrigante il Sahumerio, che rivela anche note leggermente affumicate.

Gli alti e bassi dei cocktail bar
La due giorni a Città del Messico se ha avuto il suo “cuore” nella visita alla distilleria Flor de Luna e nella scoperta del Condesa gin, ha certamente avuto le sue “code” in alcuni dei cocktail bar più famosi in città. La capitale messicana è salita prepotentemente alla ribalta della mixology mondiale negli ultimi anni: Handshake Speakeasy è arrivato lo scorso anno al primo posto della World’s 50 Best Bars e quest’anno, nel momento in cui scriviamo, si è riconfermato miglior locale del nord America della stessa classifica, Licorería Limantour, sempre lo stesso anno era al trentadueesimo, ma si devono contare anche Tlecan, Rayo, Baltra Bar, Hanky Panky…
Vederli tutti è impossibile e allora la scelta va, la prima sera, al numero uno al mondo per quella che, da più parti, è riconosciuta come la più autorevole classifica di settore e, la seconda e ultima sera, alla presenza storica in classifica. Ergo, Handshake e Limantour.

Dispiace dirlo ma l’Handshake è una delusione cocente. Arrivati all’ingresso si è accolti da una gentile signorina che scosta le tende che proteggono il locale, non enorme e con la luce che sembra voler cogliere solo il banco. Appena entrati fa partire un entusiastico “bien venido” che è subito ripreso dallo staff.
Il doppio bien venido sembra simpatico ma, considerato che la scena si ripete ogni volta che un cliente varca l’ingresso, diventa presto un esercizio robotizzato, esilarante ma pure un po’ imbarazzante, al quale, non bastasse, si aggiunge all’uscita un altrettanto sonoro doppio “hasta luego”. Il tutto conferisce al locale un clima da giardino dell’infanzia. Fosse solo questo, avremmo iscritto la nostra perplessità al nostro scarso livello di “gaudenza”, ma è nel bicchiere d’acqua che viene offerto appena seduti che la perplessità si trasforma in sconcerto.
Una percentuale di cloro così elevata l’avevamo avvertita solo nella piscina nella quale abbiamo imparato a nuotare decenni orsono. Imbevibile e incredibile che non si usi della normalissima ed economica acqua in bottiglia.
Sui drink non c’è molto da eccepire e quello che c’è si può sempre ascrivere al gusto personale: niente da dire sul Mezcal Negroni, qualche titubanza sul loro Signature Fig Martini, dove la foglia di fico negli ultimi sorsi lascia la nota vegetale a prevaricare l’iniziale, amabile, dolcezza. Ma il bicchiere d’acqua, considerato che siamo nel miglior cocktail bar del mondo, è davvero una caduta di stile inaspettata e che fa rumore. Come un tonfo in una piscina. Piena di cloro.

Va decisamente molto meglio nella Licorería Limantour, sapientemente divisa in open space dove i cocktail viaggiano veloci in virtù dell’affollamento e una saletta più piccola e intima, ma pure meglio illuminata, nel quale trionfano i grandi classici del bartending mondiale. Quelli che bevitori vintage come il sottoscritto vorrebbero fossero ricordati e proposti con inossidabile frequenza. Hemingway Daiquiri, Paper Plane, Vieux Carré, Aviation. E l’acqua? La servono in bottiglie monodose di marca.
La cucina delle meraviglie
La nostra permanenza a Città del Messico si conclude in poco più di quarantotto ore. Il 27 marzo alle sei del mattino entravamo baldanzosi nello Zócalo, il 29 marzo alle 8 eravamo in prossimità dell’aeroporto, dove un volo ci avrebbe portati a Guadalajara. Ma sono state quarantotto ore di grande intensità, di forti sensazioni.
Città del Messico è una città che sembra vibrare in continuazione offrendo stimoli sempre diversi. Difficile condensarla in una parola o in poche righe. Lo splendore dell’arte pre-colombiana, i contrasti tra i grattacieli e le anziane signore che cucinano tortillas agli angoli delle strade, le strade dove i negozi sembrano vendere tutti le stesse cose e la Pulqueria Duelistas, dove si va a bere il tradizionale pulque, la bevanda ricavata dalla fermentazione dell’agave, leggermente acidula ma che può essere anche addolcita con sciroppi di frutta, i venditori di mango o di tortas, come qui chiamano quelli che noi definiremmo panini.

Il cibo è praticamente ovunque, in effetti, e noi ne abbiamo approfittato largamente: come da Maizajo, dove il giovane titolare conduce una battaglia per salvaguardare le tante varietà di mais messicano dai colori diversi cucinati in presa diretta davanti ai clienti, o da Ticuchi, splendido locale ristorante nel quale la cucina raggiunge livelli eccellenti di creatività e originalità, senza tradire ingredienti e tradizioni locali, per finire poi al Mercado de San Juan, dove scopriamo che è in atto un processo, difficile dire quanto davvero voluto o quanto fatto per stupire gli avventori stranieri, di rivalutazione dei cibi antichi. E dove quindi compaiono, vive nelle loro teche e pronte per essere fritte, tarantole, scorpioni e cucharachas, ovvero scarafaggi.

Queste ultime noi, nella nostra ingenuità ignorante, pensavamo fossero solo le protagoniste della simpatica canzone omonima e invece sembra basti un bicchiere di mezcal con sale e limone per mandarle giù.
Per dovere di cronaca abbiamo mangiato un solo scorpione fritto, perché la tarantola, dopo lunghe discussioni, ci provocava troppi ricordi e la cucharacha abbiamo preferito ricordarla come canzone.
Tuttavia, siparietti a parte, forse è proprio la gastronomia l’arma più seduttiva di Città del Messico. Non è abbagliante quanto l’arte, né coinvolgente quanto l’umanità che la popola, ma è ciò che ti emoziona maggiormente, che ti rimane dentro più a lungo.
Otro taco por favor!
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