Il rum più antico del mondo è a Genova: una bottiglia del 1750 nella collezione di Luca Gargano


14 aprile 2026

Questo articolo è firmato da Cyril Weglarz e pubblicato originariamente su Row Spirits. Viene qui riproposto su gentile concessione dell’autore, che per primo ha raccontato una scoperta destinata a ridefinire i confini della storia del rum: una bottiglia giamaicana datata 1750, oggi appartenente alla collezione di Luca Gargano.

Il record precedentemente detenuto da Nguyen Dinh Tuan Viet (di cui si è parlato qui) è durato due anni. Dopo il rum Harewood 1780 e l’Ancienne 1772, una nuova bottiglia ha superato ogni limite: un rum giamaicano datato 1750. Un pezzo eccezionale che fa parte della collezione personale di Luca Gargano.

22, un record da battere

È questo il numero di anni che separano il vecchio record da quello nuovo: un notevole balzo indietro nel tempo. Non esiste al mondo un rum antico come questo e il significato simbolico di questa scoperta è sbalorditivo: 276 anni ci separano da questa vera e propria reliquia! È stato in seguito all’articolo pubblicato sul nostro sito web qui che Luca Gargano si è fatto avanti. All’interno della sua impressionante collezione, si è dichiarato certo di possedere un rum ancora più antico di quel Rhum Ancienne 1772.

A dire la verità, dopo alcune ricerche in quella che è una vera e propria “biblioteca” di distillati, Luca è riuscito a individuarne non uno ma due: un “Rum 1766”, impreziosito da un'etichetta in peltro con un'iscrizione manoscritta, e soprattutto il nostro famoso - e nuovo detentore del record - rum giamaicano proveniente da Kingston, annata 1750.

«A dire il vero, non sapevo di possedere la bottiglia di rum più antica del mondo! L’ho scoperto grazie al vostro articolo… L’ho acquistata diversi anni fa, non per questo record, ma perché mi sembrava eccezionale e affascinante, come tante altre bottiglie di rum.»

Il mondo nel 1750

Nel 1750 il mondo era ancora in gran parte rurale e caratterizzato da ritmi lenti, dominato da re e imperi, segnato da profonde disuguaglianze ma anche in pieno fermento intellettuale. Un’epoca cruciale, alla vigilia delle grandi rivoluzioni industriali e politiche che avrebbero trasformato per sempre il pianeta.

È stato il secolo di filosofi come Voltaire, Rousseau e Montesquieu, che criticavano l'assolutismo e difendevano la ragione, la libertà e i diritti - e avevano certamente un compito arduo, in un'epoca in cui il commercio triangolare e la schiavitù stavano vivendo una crescita considerevole. Inoltre, il mondo rimaneva in gran parte sconosciuto nei suoi contorni, con i suoi confini a volte ancora imprecisi. Nel 1750, mentre la vita era più lenta rispetto a oggi, anche l’aspettativa di vita era molto più breve: generalmente tra i 30 e i 40 anni, raramente di più.

Il 1750 in Giamaica

Colonia britannica al centro di un sistema estremamente violento, l’isola della Giamaica era dominata dalle piantagioni. Lo zucchero, soprannominato «oro bianco», era molto apprezzato in Europa, e l’intera economia che ne dipendeva si basava sul commercio triangolare (circa il 90% della popolazione era ridotta in schiavitù, per lo più africani deportati). La Giamaica era allora tra le colonie più redditizie dell’Impero britannico – e una delle più ricche al mondo – pur essendo anche una delle più brutali del suo tempo.

È in questo contesto particolarmente duro che è stato prodotto il rum che ci interessa qui, e la sua origine è tutt’altro che insignificante: Kingston, fondata nel 1692, era allora un porto molto attivo – uno dei più importanti dei Caraibi – e il principale centro commerciale della Giamaica.

Vero e proprio cuore economico dell'isola, la città attirava mercanti, commercianti e marinai. Ricchezze considerevoli, in particolare zucchero e rum, transitavano lì e finivano per concentrarsi nelle mani dei coloni bianchi. Magazzini, mercati e taverne erano particolarmente animati.

La produzione di rum in Giamaica era già ben sviluppata nel 1750, sebbene fosse molto frammentata. Mentre lo zucchero rimaneva il prodotto principale, il rum aumentava la redditività delle piantagioni, che erano centinaia. Ogni piantagione aveva generalmente le proprie strutture: un mulino per lo zucchero e un alambicco, spesso rudimentali.

Questa mappa incisa del 1750 raffigura la città di Kingston, mettendo in evidenza la sua struttura a griglia, il porto animato dalle navi e i primi edifici dell’epoca coloniale.

Una volta messo in botti, il rum veniva esportato in Europa e in Nord America, ma svolgeva anche un ruolo significativo nel commercio triangolare, dove poteva essere scambiato con schiavi in Africa. Era inoltre consumato regolarmente da marinai, soldati e coloni.

E sebbene manchino dati precisi sulla produzione di rum nel 1750, la produzione di zucchero è stimata a circa 50.000 tonnellate: un aumento di cinquanta volte in soli 80 anni, che indica un’impressionante espansione delle piantagioni. Ciò corrisponderebbe a circa 10.000-15.000 tonnellate di melassa. Considerando che le distillerie del XVIII secolo producevano in media da 200 a 250 litri di rum per tonnellata di melassa, possiamo stimare una produzione annuale compresa tra 2 e 4 milioni di litri, equivalente a 3-6 milioni di bottiglie da 70 cl.

In questo contesto, molti commercianti cercarono di importare il rum giamaicano, la cui reputazione era in costante crescita, al punto da essere considerato uno dei migliori al mondo. È senza dubbio questo prestigio a spiegare la nascita di questo tipo di imbottigliamento: ben prima dell'ascesa delle edizioni ultra-limitate oggi così diffuse, già nel XVIII secolo si assisteva alla comparsa di produzioni che, a posteriori, potrebbero essere definite «pezzi da collezione» e particolarmente esclusive.

Non esistono "fotografie" del 1750, poiché la fotografia sarebbe stata inventata solo nel XIX secolo (intorno al 1820–1830). L’immagine qui sopra risale ai primi anni dell’Ottocento, ma l’aspetto della città è ancora molto simile a quello del XVIII secolo.

Il rum giamaicano Kingston 1750

La scritta “Very Fine Liquor Rum” riflette un'epoca in cui i produttori usavano volentieri termini lusinghieri ed elogiativi, ben prima di alcuni rum più recenti. Prendiamo, per esempio, il “Finest Old Jamaica Liqueur Rum” di Wray & Nephew (anch'esso giamaicano), commercializzato quasi due secoli dopo, dove la parola “liqueur” è più di facciata che di sostanza (si tratta infatti di rum, non di liquore).

All'epoca, l'enfasi sul termine “liqueur” serviva principalmente a suggerire al potenziale acquirente la natura eccezionale del prodotto, sottintendendo che si distinguesse dalla concorrenza: in altre parole, che fosse un rum molto vecchio e davvero unico.

È quindi lecito supporre che questa bottiglia di rum Kingston, risalente al 1750, contenga un nettare che oggi non ha eguali. All’epoca le fermentazioni erano interamente naturali e spontanee, si basavano su lieviti indigeni e duravano diversi giorni. Spesso venivano avviate con l’aggiunta di materia organica come la vinaccia, il famoso «dunder».

Per quanto riguarda la distillazione, le piantagioni giamaicane utilizzavano alambicchi rudimentali, riscaldati direttamente con la legna. La distillazione veniva effettuata il più delle volte in un unico passaggio, a volte in due per migliorare la qualità. Questo dava origine a rum potenti, ricchi e talvolta leggermente ruvidi. Siamo ancora lontani dai distillati standardizzati e più neutri che sarebbero apparsi in seguito: questi vecchi rum si distinguevano per un'alta concentrazione di composti aromatici, in particolare esteri, incarnando pienamente lo stile “funky” tipico dei rum giamaicani.

Le iscrizioni scritte a mano sull'etichetta confermano l'origine già menzionata (Kingston, Giamaica), l'annata (1750) e un dettaglio particolarmente degno di nota: il riferimento a un'edizione limitata di sole 28 bottiglie . È difficile non provare un senso di stupore a questo punto, rendendosi conto che abbiamo a che fare con una bottiglia che era in commercio (o almeno così supponiamo, a meno che non fosse riservata a una ristretta cerchia di familiari o amici) oltre due secoli e mezzo fa, e prodotta in una quantità così esigua. L'idea stessa che una bottiglia del genere sia sopravvissuta al passare del tempo sembra quasi irreale…

Anche questa bottiglia, la tredicesima della serie, è stata numerata a mano, come il resto dell'etichetta. Per coglierne appieno il significato, bisogna considerare il contesto dell'epoca: intorno al 1750 si scriveva principalmente con penne d'oca e inchiostro, non con le penne a sfera, che sarebbero apparse nel secolo successivo. Molto spesso una penna d'oca (o talvolta una canna), affilata a mano, veniva intinta nell'inchiostro, generalmente ricavato dalle galle. Scrivere all'epoca richiedeva grande abilità e una mano ferma (sì, anche per i medici dell'epoca).

Infine, il materiale stesso dell'etichetta costituisce un indizio rivelatore: si tratta infatti di pergamena, ancora comunemente utilizzata per i documenti ufficiali, nonostante la carta stesse già iniziando a diffondersi nel XVIII secolo.

Chi commercializzava questo rum? Da quale piantagione proveniva, tra le centinaia che costellavano l'isola intorno al 1750? Il mistero rimane, e probabilmente rimarrà tale per sempre. Il tempo ne ha chiuso le pagine, lasciando dietro di sé solo frammenti. Ora sta a noi guardare, immaginare, sentire – e lasciarci commuovere da questa eco proveniente da un altro mondo…

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