La biblioteca liquida


31 ottobre 2024

Un viaggio nella collezione di rum più grande del mondo: come è nata, cosa rappresenta e a cosa aspira la raccolta di rum di Luca Gargano

Se glielo chiedi in maniera diretta, Luca Gargano ti risponde altrettanto secco: è vero che la tua collezione è la più grande al mondo? e lui: sì.

4357 referenze per un totale di oltre 30 000 bottiglie, un tesoro che racconta la storia di un distillato che, se escludiamo gli imbottigliamenti destinati alla miscelazione, fino a una ventina di anni fa era totalmente negletto, trascurato in favore dei Single Malt Whisky. L’attuale riscoperta del rum è un primo elemento da considerare, perché è un fenomeno che va oltre i brand e le mode dettate dai grandi gruppi.

“Il rum, per le caratteristiche della sua materia prima - la canna da zucchero e i suoi derivati - e per la sua storia, ha certamente tutte le carte per essere uno dei più grandi distillati al mondo”, spiega Luca.

“Chiaramente se presa in senso lato quella del rum è una categoria molto nebulosa, nel senso che ci sono, sia nella terminologia che nei luoghi di invecchiamento, moltissime variabili, ma i grandi rum di distilleria sono prevalentemente nei Caraibi. In alcuni casi sono caratterizzati da materie prime eccezionali, come per esempio la Canne Cristalline di Haiti, o da fermentazioni molto interessanti a partire da lieviti naturali, o da apparati di distillazione straordinari. Poi c’è l’invecchiamento nelle distillerie, con clima tropicale e il conseguente Angel’s share: evaporazioni elevatissime dovute a temperature e umidità, tra l’8 e il 12% circa per anno. Tutto questo porta a dei profili molto particolari di rum. Si tratta di un mondo ancora artigianale, che sta producendo cose straordinarie”.

La collezione comprende, come accennato, dei pezzi assolutamente unici. La bottiglia più antica è un Harewood del 1780, un rum di Barbados rarissimo, che è stato ritrovato in un castello a Londra durante i lavori di ristrutturazione, grazie ai quali è saltata fuori una cantina sotterranea.

La bottiglia più costosa è un rum Clément del 1966, dal packaging molto importante, in cristallo e con il tappo in oro: il suo valore è di 80 000 euro. C’è anche un Wray & Nephew 75 Y.O. di grande valore.

A occuparsi materialmente della collezione è Lidwine Maro, uomo dal destino insolito: nato in Polinesia e trapiantato a Genova, che da dieci anni è impegnato a tempo pieno nella gestione del quotidiano, e che è partito da zero nel processo di archiviazione delle preziose referenze acquistate e conservate da Luca nel corso degli anni. Led ha anche seguito la complessa fase di trasloco del magazzino da Ronco Scrivia a Novi Ligure.

“Quando ho cominciato non sapevo niente di rum, per cui l’inizio è stato un po’ ansiogeno”, ricorda Led.

“Mi sono trovato davanti tutta la collezione, una trentina di bancali alti quasi due metri, fasciati e sigillati, con l’incarico di prendere le bottiglie e metterle in ordine di provenienza – Martinica, Guadalupa, Giamaica... - posizionandole in ordine, da quelle più antiche alle più giovani. Ci ho messo più o meno due anni, tra registrazione e spostamento fisico. Il lavoro più lungo da fare è stato quello di mettere su ogni singola bottiglia una pellicola apposita per evitare ulteriori evaporazioni. Devo dire che ora, con il nuovo magazzino, abbiamo più spazio, quindi la gestione è più semplice e ordinata”.

Chiaramente, ogni uscita Velier di edizioni limitate prevede che alcune bottiglie siano messe da parte ed entrino a far parte della collezione.

“Oggi assistiamo a una ricerca di qualità vera, che dipenda dalle materie prime, dal lavoro agricolo artigianale”, riflette Luca.

“Da una parte insomma il mondo si fa più globalizzato, e dall’altra c’è una ricerca intensa, e sicuramente in questi anni il rum ha acquisito una sua autorevolezza che dieci o quindici anni fa era impensabile - non so se grazie ai ‘miei’ Caroni, ma penso di sì. Purtroppo nel mondo del collezionismo c’è anche un aspetto di speculazione per cui, quando parte un’onda, tutti la seguono, e arriviamo a dei prodotti che raggiungono quotazioni spropositate rispetto alla loro intrinseca qualità”.

Il collezionista, prosegue Luca, è anche qualcuno che consuma il prodotto:

“Se trovo un prodotto straordinario, se posso ne compro due bottiglie in più. In questi due anni di crollo di tutto il mercato del collezionismo globale, non solo di alcolici, si è visto che i brand che davvero hanno costruito la loro reputazione sulla qualità, come per esempio Macallan o Caroni, sono quelli che hanno tenuto, perché si sono rivelati veri prodotti di investimento”.

Un altro aspetto affascinante nel mondo del collezionismo in senso ampio è anche quella di fare un po’ da talent scout:

“Quando ho messo a listino i Karuizawa in Italia non ne abbiamo praticamente venduti. Uscivano al pubblico a 300 euro, adesso ne valgono 5000 e più. Diciamo quindi che, se da una parte ci sono referenze iconiche come quelle di Macallan, è anche bello puntare su qualcosa. Io per esempio punto su Neisson”.

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Ma qual è il senso di una collezione come quella di Luca? Per il mondo dei rum lover ci può essere un vantaggio nell’avere una biblioteca liquida da cui pescare imbottigliamenti del passato che nessuno ha mai bevuto?

“Il collezionismo in sé ha sempre degli aspetti di follia e dipendenza, su questo non ci sono dubbi. Io personalmente ho cominciato tardi a creare questa collezione, che è diventata la più grande e ricca in termini di bottiglie diverse e livello qualitativo. L’impulso iniziale per me non è stato di sicuro quello di specularci su, anche perché quando hai certe bottiglie ti rendi conto che non le venderai mai, ma proprio quello di creare un patrimonio della storia del rum. Anche perché fino a 20 anni fa quasi nessuno si interessava al rum dal punto di vista del collezionismo. Creare un archivio ha un valore storico, e offre la possibilità di fare un volo nel passato. Quando mi è possibile, come ho detto, di bottiglie ne prendo sempre due, e la seconda mi piacerebbe condividerla: berla insomma insieme ad appassionati, e creare in questo modo, oltre a un archivio storico vivente, anche un archivio storico di degustazione. Sto pensando seriamente di farlo”.

Parole che in parte riecheggiano quelle di Max Righi, il patron di Whisky Antique, oltre che imbottigliatore indipendente dei marchi Silver Seal, e collezionista anche lui.

“Secondo me è un buon momento per ricominciare a pensare alle collezioni”, dice, “poi naturalmente la scelta di cosa collezionare è personale, che siano rum o whisky per me si possono prendere cose interessanti, anche da bere oltre che da collezionare. Io personalmente ho sempre comprato almeno due o tre bottiglie – certo, quando me lo posso permettere: una la tengo per la collezione, e le altre due le degusto”.

Un problema nel collezionismo del rum è la difficoltà di dare un valore a bottiglie molto vecchie, perché nessuno le ha mai assaggiate.

“Sì, nel whisky è effettivamente più semplice costruire un patrimonio culturale”, risponde Max.

“Ci sono state delle aste importanti già dagli anni Settanta e Ottanta, mentre è grazie a Luca Gargano che il rum è diventato da collezione. Diciamo che una buona parte è emersa ‘per colpa sua’. Un suo grande merito è che Luca ha messo il rum nel bicchiere, non nel cocktail, e questo ha portato a considerarlo molto più seriamente. Una cosa che dobbiamo sempre tenere presente è che se noi abbiamo davanti un rum vecchio non stiamo collezionando solo un’etichetta: noi stiamo assaggiando e collezionando un pezzo di storia”.

Per quanto riguarda l’opportunità di cominciare una collezione Alessandro Coggi, appassionato di distillati ed esperto di whisky scozzese e giapponese, dissente dal parere di Max Righi.

“Se mi chiedete se sia il caso di cominciare una collezione in questo momento, che sia di rum o di whisky, io dico che non lo farei, personalmente”, dice infatti.

“Il momento non è buono, trovare bottiglie da collezione particolari è sempre più difficile e sempre più costoso, per cui io non partirei da zero con una collezione; diverso è il discorso se hai già qualche pezzo. Partendo da zero al momento è piuttosto improbabile riuscire a crearsi una collezione di un certo livello, ma dobbiamo fare una distinzione: se uno vuole raccogliere una serie di bottiglie da bere più avanti è un conto, se invece l’obiettivo è quello di fare una ‘speculazione’, allora non è proprio il momento. I prezzi che ci sono adesso all’uscita non permettono di far guadagnare nel tempo, e questo vale per almeno il 90% delle bottiglie. Per quanto riguarda il 10% che potrebbe acquistare valore, c’è da dire che sono bottiglie per cui è necessaria una disponibilità economica altissima. Che siano Caroni o Macallan, già all’uscita i prezzi sono un investimento davvero a lungo termine”.

“Poi sì, c’è la questione del rum: se noi prendiamo per esempio una bottiglia che è stata bevuta e apprezzata da pochissime persone, avremo queste poche persone che la cercheranno, mentre gli altri si chiederanno se sia un buon rum oppure no. Con il whisky c’è più storico, sappiamo da tempo cosa viene collezionato e in tanti lo abbiamo assaggiato. Se pensiamo alle collezioni Saint James degli anni Sessanta, dobbiamo anche considerare che tra i viventi ce ne saranno una ventina, forse, che le hanno assaggiate. A un certo punto, insomma, bisogna che qualcuno faccia provare queste bottiglie. Io mi ricordo una verticale Velier di Saint James, che è stata illuminante: gente che non aveva mai assaggiato questo marchio in precedenza ha capito, e ha cominciato a ricercare le bottiglie”.

Il problema è anche strutturale, spiega Luca.

“Nei Caraibi l’Angels’ share ha dei livelli così elevati che, se perdi il 10% ogni anno, dopo 5 anni ti ritrovi con metà del prodotto. Pochissime distillerie hanno degli stock ante anni 2000. Probabilmente solo Appleton ha barili con oltre 25 anni di tropical ageing. L’Hampden più vecchio l’anno prossimo compie 15 anni, e il Worthy Park più vecchio ne compie 20 quest’anno. Nel futuro ce ne saranno di più perché nel frattempo è cambiata la cultura, ma sono state pochissime le distillerie che hanno conservato strategicamente parte della loro produzione per l’invecchiamento, e sono state quelle più grandi, come Appleton e Demerara. Credo che Appleton abbia ancora da parte due o tre barili del 1962, anno dell’indipendenza, ma il fatto che rimane è che nei tropici per avere un rum di 30 anni devi aver messo da parte 100 barili per ottenerne uno o due”.

Insomma, in conclusione la natura stessa del rum ‘vero’- quindi artigianale, senza adulterazioni, invecchiato nel luogo d’origine e possibilmente al grado alcolico di botte - è essa stessa croce e delizia se parliamo di collezionismo: gli imbottigliamenti che soddisfano queste caratteristiche sono in percentuale una piccola quantità di quanto è ed è stato prodotto, quindi di difficile reperibilità, soprattutto se provenienti dai decenni passati; eppure proprio questo fatto rende una collezione di rum simile a un’opera d’arte dal grande valore storico, culturale ed estetico.  

Photo credit: Mike Tamasco