Neisson, genius loci


di Maurizio Maestrelli 4 settembre 2024

La storia di Neisson inizia nel 1931 con l’acquisto dei primi venti ettari coltivati a canna da zucchero sulla costa nord occidentale della Martinica. È una storia emblematica di quanto il rispetto per la materia prima e il terroir possano innalzare il prodotto finito a livelli di assoluta eccellenza. Per questo motivo, in occasione dell’ultimo Velier Live a Milano, non potevamo lasciar andare via Grégory Vernant Neisson senza almeno avergli fatto qualche domanda…

Cos’è il “genius loci”? Per gli antichi Romani un’entità soprannaturale, uno spirito più che una divinità, che custodiva l’essenza di un luogo. Oggi l’espressione la si traduce con uno sbrigativo “spirito del luogo” ma il suo significato moderno, che ha abbandonato la dimensione religiosa per trovare applicazione in architettura e urbanistica ma anche in letteratura, arte, filosofia e sociologia, esprime piuttosto una connessione, quasi un attaccamento, tra ambiente e uomo nella quale quest’ultimo, con la sua attività, riesce a far esprimere al meglio le caratteristiche, alcune più visibili altre meno, dell’ambiente nel quale si trova a operare. Il genius loci, così inteso dunque, è parte natura, in senso geografico, climatico, botanico, e parte capacità interpretativa umana di ciò che la natura circostante gli mette a disposizione.

Per questo motivo, quando abbiamo dovuto cercare un’espressione che sintetizzasse in due parole la martinichese distilleria Neisson, non abbiamo ritenuto poter trovare di meglio che ricorrere all’antica definizione latina. Non ci siamo quindi fidati esclusivamente dell’entusiasmo con il quale Luca Gargano ci raccontava, in diverse occasioni, della sua storia e della sua filosofia produttiva, ma abbiamo voluto andare alla sorgente ovvero sederci a un tavolo con Grégory Vernant, discendente del leggendario Jean Neisson e attuale proprietario e Master Distiller, durante una giornata dell’ultimo Velier Live a Milano. Impresa, va detto, non facile perché il Velier Live, per chi non l’avesse vissuto in prima persona, è stato un incredibile “sabba” alcolico e culturale fatto di incontri, assaggi e scoperte, che tuttavia ha lasciato pochissimo tempo a chiunque per poter portare a termine un’intervista che, per forza di cose, ha lasciato diverse domande in sospeso. Tutto ciò implica che è necessario ripercorrere brevemente la storia della Martinica e di questa distilleria perché è dalle peculiarità specifiche dell’una e dell’altra che si comprende perché, per Neisson, si può parlare giustificatamente di genius loci.

La Martinica è un’isola delle piccole Antille, dipartimento d’oltremare francese, abitata già duemila anni prima di Cristo e portata alla ribalta europea da Cristoforo Colombo nel 1502 durante il suo quarto viaggio nelle Indie o, più probabilmente, dall’esploratore spagnolo Alonso de Ojeda qualche anno prima. La parte settentrionale dell’isola è dominata dal picco di Carbet e, soprattutto, dal monte Pelée che, essendo un vulcano, ha segnato la vita della popolazione locale almeno in due occasioni: la prima, attorno al 295, comportò addirittura l’abbandono del territorio da parte dei suoi abitanti per oltre un secolo; la seconda, nel 1902, fu tra le più drammatiche della storia (oltre trentamila morti) e una vasta eco internazionale: Giovanni Pascoli dedicò una poesia alla storia di uno dei pochissimi sopravvissuti, un detenuto che riuscì a salvarsi perché incarcerato in una cella sotterranea. L’eruzione del vulcano spazzò anche via anche i numerosi zuccherifici, i primi risalivano alla metà del 1600, e le altrettanto numerose distillerie riducendo in cenere la cittadina di Saint Pierre, sulla costa occidentale, fino ad allora conosciuta anche come “la Parigi dei Caraibi”. E questo per dire che, fino a quel momento, la Martinica godeva di un’economia florida basata, almeno in buona parte, proprio sull’esportazione dello zucchero di canna e del suo migliore derivato, il rhum. Bevevano con tutta probabilità rum della Martinica i soldati francesi impegnati nella guerra di Crimea e consumavano zucchero e rum i cittadini di ogni status sociale. Almeno fino alla scoperta che lo zucchero si poteva ricavare anche dalla barbabietola, a costi decisamente inferiori, alla crescente popolarità del whisky sotto la torre Eiffel e a una folle quanto suicida burocratizzazione in Martinica che spalancò le porte alla concentrazione industriale nella produzione del rum locale. Oggi in Martinica si contano meno di dieci distillerie in attività quando nel 1960 se ne contavano quasi una quarantina e nel 1939 circa centocinquanta.

Neisson è tra questa manciata di resilienti, un merito (basta effettivamente aprire una sua bottiglia per essergliene grati) che ha il valore aggiunto di una storia legata alla stessa famiglia la quale, nel 1931, acquistò venti ettari di terreno coltivato a canna da zucchero da una famiglia di mercanti del posto, nei dintorni di Saint Pierre, sotto l’ombra del Pelée. A firmare il contratto erano i fratelli Adrien e Hildebert Pamphile, detto Jean Neisson che, per intuizione o per destino, si divisero subito i compiti con Adrien a far decollare una piccola distilleria e Hildebert a trasferirsi a Parigi per terminare gli studi in chimica alla Scuola Superiore al termine dei quali decise di aprire una società di import export per vendere il suo rum in Francia. Nel 1971 Adrien muore e questo costringe Hildebert-Jean Neisson a tornare definitivamente in patria per concentrare tutte le sue attenzioni sulla produzione e per iniziare a formare il protagonista di questo pezzo-intervista, Grégory Vernant Neisson. Prima di arrivare a lui tuttavia il timone della distilleria passa dalle mani di due donne di grande capacità, Gabrielle, sorella di Jean e zia di Grégory, e infine Claudine, madre di Grégory che lascia il day hospital da lei stessa fondato, il primo nella vicina Fort-de-France, per dedicarsi anima e cuore alla distilleria. Fin qui, certamente per sommi capi, la storia. Resta solo da capire perché Neisson deve essere considerato, come si direbbe in casa Velier, un agricoltore-artigiano-artista. Andiamo per gradi: agricoltore perché Grégory Vernant Neisson coltiva la sua canna da zucchero nei suoi, oggi, quaranta ettari dando preferenza a varietà non ibridate come la Malavoi, la Rubanée e la Cristalline e avendo convertito gran parte della coltivazione al biologico; artigiano perché è ancora in uso la colonna Savalle ordinata nel 1952 proprio da Jean Neisson, perché per le fermentazioni si usano solo ceppi di lieviti identificati e selezionati nella proprietà e perché Grégory ha una sorta di rapporto simbiotico con la sua distilleria che fa fatica a lasciare sola tanto che, prima di arrivare all’incontro vis-à-vis milanese, i diversi tentativi di video call a distanza, come si usa di questi tempi, si sono conclusi con un invito in Martinica per risolvere la cosa.

Averlo dunque di fronte a Milano è stata dunque un’opportunità che non si poteva perdere. Certo, c’era stato un momento durante una serata di Roma Bar Show dell’anno prima ma condividere la tavola di un ristorante romano specializzato in cucina tipica non è quello che si dice il luogo e il tempo ideale per realizzare un’intervista come si deve. Tuttavia permette di tentare di scoprire il carattere dell’interlocutore, andando oltre quanto su di lui ci è stato riferito, e l’idea che in quell’occasione ci eravamo fatti di Vernant era quella di una persona che trasudava concentrazione, determinazione e una visione della vita dove sono i fatti che devono parlare. Le parole sono solo un contorno facoltativo.

“Vero. Non mi piace parlare a lungo dei miei rum, preferisco di gran lunga che siano loro a parlare per me. Ti possono piacere come non piacere, ma questo è il mio modo di farli”.

Non c’è alcuna traccia in lui di quella captatio benevolentiae - questa è l’ultima volta che uso il latino, giuro - che ho sempre avvertito in tanti produttori di distillati come di vino o di birra. Lui ha una sua rotta da seguire e dà l’idea di non essere disposto a modificarla in base alle mode o al gusto del momento. Schiena dritta dunque, pochi o niente giri di parole e frasi a effetto.

La prima domanda che ti faccio è probabilmente piuttosto stupida ma dopo mesi che sentivo parlare di te come Grégory Neisson mi arriva una tua mail come Grégory Vernant e, leggendo il capitolo dedicato nell’Atlante del Rum di Luca, scopro che i fratelli fondatori si chiamavano Adrien e Hildebert Pamphile…

“È un piccolo equivoco (sorride, ndr.). Mio nonno aveva tre nomi di battesimo: Jean, Hildebert e Pamphile, ma Neisson è il cognome di famiglia. Vernant quello di mio padre che sposò Claudine Neisson. Neisson arriva dai miei antenati, è un nome attribuito ai tempi della schiavitù che forse significa semplicemente “nuovo nato”. Il mio trisnonno era infatti uno schiavo e mio nonno il primo uomo di colore a studiare chimica a Parigi”

A questo punto toglimi un’altra curiosità: la bottiglia iconica del rum Neisson, voluta da Jean Neisson nel 1952, e il suo nome… Zépol karé…

“Sì, è stata adottata negli Anni Cinquanta. Allora, mio nonno Jean Neisson era come ti ho detto un uomo di colore. A Parigi sposò una donna russa, di religione ebraica. In famiglia come puoi capire siamo molto ‘mescolati’. La sorella di mia nonna studiava Belle Arti a Parigi, e fu lei a disegnare la bottiglia come la vedi oggi. Jean Neisson voleva una bottiglia che lo distinguesse dagli altri; il veliero che compare in etichetta è invece un ricordo di quando la mia famiglia aveva una licenza d’importazione in esclusiva di tessuti dall’India e in Martinica c’era storicamente una nutrita comunità di origine indiana. A dire il vero credo che anche nel nostro sangue scorra una percentuale di sangue ‘indiano’. Zépol karé invece è creolo e significa ‘spalle squadrate’…”

Senti, che cosa significa Neisson in Martinica? Essere una distilleria storica, ancora nelle mani della stessa famiglia che l’ha fondata…

“Beh, significa molto. Non dimenticare che mio nonno era un uomo di colore, discendente da uno schiavo, ed è stato il primo uomo di colore a fondare e possedere una propria distilleria. Era una persona molto interessante e competente: quando rientrò da Parigi e dai suoi studi introdusse nella distilleria un approccio molto scientifico e soprattutto, questo non lo dimentico mai, era un agricoltore… Vedi, il rum è fondamentalmente la coltivazione della canna da zucchero, tutto parte dal campo non bisogna mai dimenticarselo”

Quante varietà di canna coltivi attualmente?

“Abbiamo tre varietà organiche di norma, a volte quattro e a volte due. Dipende dall’andamento climatico e dalla possibilità che si verifichino malattie perché non possiamo correre il rischio di perdere tutta la produzione. Quindi dichiariamo organico solo quando siamo assolutamente certi di poterlo fare. Non è semplice, soprattutto di questi tempi in cui tutto sembra dover andare alla massima velocità possibile. Ma noi siamo prima di tutto agricoltori e i tempi della natura non vanno alla stessa velocità di quelli degli uomini o, per lo meno, di quella dei loro desideri”

Molto saggio…

“La maggior parte delle persone che incontro mi chiedono che tipo di canna da zucchero coltivo, quali varietà crescono nella mia proprietà, ma in pochi mi chiedono del terroir. Si dovrebbe invece parlare molto di più del terroir dove crescono le mie canne da zucchero, perché è la canna che si adatta al terroir e non viceversa. La Martinica in fondo non è un’isola molto grande, eppure i terroir che sono presenti sono molteplici e diversissimi tra di loro. Quindi la domanda non è se coltivo varietà Bleue o meno, ma dove cresce la Bleue: in montagna, vicino al mare… Ti faccio un esempio: nella mia tenuta crescono diversi alberi di mango, ottimi mango, ma avrei sempre desiderato coltivare anche alberi di arance. Ci ho provato diverse volte ma non ne ho ricavato mai nulla di buono, eppure a pochi chilometri da me conosco una persona che produce delle arance fantastiche”

Neisson
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Parliamo un po’ brevemente della fermentazione del succo di canna. Ho letto che hai tempi piuttosto lunghi…

“Solitamente la fermentazione si conclude in una quarantina di ore, anche se ovviamente non è sempre una misurazione precisa. Ma ti confesso che a me piace allungare un po’ i tempi ulteriormente per arrivare a una fermentazione malolattica e per ottenere questa ‘flora” sulla superficie del liquido. In questo caso possiamo anche raggiungere le 120 ore prima di passare allo step successivo”

Questo aspetto a tuo avviso aggiunge aromi al rum?

“Ti dirò questo: qualsiasi produttore parlando del suo rum ti dirà che è quello che di meglio si poteva fare. Io voglio dirti che il mio rum è esattamente come lo voglio fare io. La fermentazione è un momento decisivo nella formazione del rum, a mio avviso vale l’80% della qualità del rum che trovi in bottiglia, perché nella distillazione non puoi controllare tutto”

Mi stai dicendo che conta più la natura dell’uomo?

“La natura, sicuramente. Il problema è di chi pensa che si possa sempre controllare tutto ma è il suolo, il clima a creare il rum. Gli strumenti che abbiamo in distilleria ci aiutano sicuramente e non ne sottovaluto l’importanza, ma sono un supporto. Se hai una materia prima di scarsa qualità, la distillazione può aiutarti a coprire qualche difetto, questo è vero, ma non otterrai un grande prodotto”.

Neisson
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L’intervista è finita o, meglio, è stata interrotta. Monopolizzare per una mezz’ora al Velier Live Grégory Vernant Neisson è stata un’impresa titanica, tra gli sguardi interrogativi, curiosi, qualche volta vagamente minacciosi dei tanti appassionati a questo distillatore tutto d’un pezzo, che trasmette una passione tanto razionale quanto viscerale per quello che fa. Il suo unico errore è stato quello di aprire una bottiglia di The Armada, il suo rum a più lungo invecchiamento e sua personale indicazione di stile ai figli che iniziano già a seguirne le orme. Come si fa a riprendere il filo del discorso dopo un primo sorso…

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