Le cattedrali di Nikka


di Maurizio Maestrelli 21 novembre 2025

Fondata nel 1934 da colui che è ritenuto il “padre” del whisky giapponese, Masataka Taketsuru, la distilleria Nikka ha contribuito da protagonista all’affermazione mondiale del distillato di malto del Sol Levante. E per il quarantennale dell’iconico From the Barrel ha per la prima volta aperto le porte, a un ristretto gruppo di giornalisti, delle sue cantine di maturazione a Tochigi. Noi c’eravamo…

Prima di iniziare, una necessaria premessa. Il rischio infatti di scrivere delle grossolane banalità sul Giappone, da parte di chi vi ha messo piede per la prima volta, è discretamente notevole. Il fatto è che io non avevo davvero mai messo piede in Giappone prima di questa volta. Mi sembra fosse doveroso scriverlo e la premessa dunque termina qui.

Di conseguenza, atterrare a Tokyo è di per sé già un’esperienza. Si prova la stessa sensazione che trasmette la scena, per chi se la dovesse ricordare, del film del 1994 Stargate, quando l’archeologo Daniel Jackson mette la faccia dentro l’anello del “teletrasporto” con quell’espressione di meraviglia e di straniamento che si prova quando si sta per entrare in un mondo nuovo. 

Tokyo e i suoi abitanti sono un po’ così: i palazzi enormi che si vedono dalla strada che porta in città sembrano alveari, la cortesia dell’autista al quale, forse commettendo il mio primo errore “occidentale”, ho stretto la mano è ineccepibile quanto rispettosa, le pubblicità che arricchiscono l’aspetto moderno del quartiere di Ginza prendono vita come quelle in Blade Runner e, mentre in alto sui grattacieli è un tripudio di led e di luci al neon, sotto corrono veloci degli atletici conduttori di jinrikisha, i tradizionali risciò giapponesi ancora utilizzati esclusivamente per la gioia dei turisti. 

Modernità e tradizione dunque, ma se i risciò sono ormai un trucco per occidentali non sono solo turisti quelli che affollano l’Asakusa Sensoji, un tempio circondato da bancarelle commerciali, ma che è rispettato dai locali con l’accensione di bastoncini d’incenso e abluzione rituale delle mani, con l’acqua che sgorga da una fontana lì vicino. Abluzione che, peraltro, va effettuata servendosi di un mestolo di legno. Un dettaglio certo, ma il Giappone è Paese di dettagli, di regole scritte o meno che fanno capo al principio sovrano del rispetto. Verso tutto. Verso le persone, verso gli esseri viventi, verso le cose. Un rispetto che, anche a chi è appena sbarcato dal caotico Occidente, si appiccica addosso in pochi minuti come una pellicola invisibile. 

Un’etica che diventa estetica, nelle strade pulite, nei giardini cesellati dove ogni pianta e ogni fiore sembrano stare al loro posto con vegetale consapevolezza e nei modi delle persone. Un’etica-estetica che rimanda all’antico concetto greco del kalos kai agathos, ovvero il bello e il buono come ideale di perfezione umana.

Ma noi non siamo arrivati fin qui, dopo un lungo volo con solo una veloce apparizione del sacro monte Fuji in fase di atterraggio, per fare della filosofia spicciola. Siamo stati invitati dalla distilleria Nikka per un’occasione speciale che è quella della ricorrenza del primo quarantennale del Nikka From the Barrel, il whisky che con la sua iconica bottiglia rettangolare ha debuttato appunto nel 1985 e si è affermato, a partire dal 2000, in tutto il mondo, Italia compresa.

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Il viaggio è stato offerto a una ristretta pattuglia di giornalisti e i buoni uffici della Velier mi hanno garantito questa esperienza destinata a diventare indimenticabile. Per molti motivi, il primo dei quali è senza dubbio l’opportunità, non concessa al momento nemmeno ai giornalisti giapponesi, di mettere il naso all’interno delle warehouses, le “cantine” di stoccaggio e di maturazione di Tochigi sull’isola di Honshü, la più grande dell’arcipelago giapponese.

Quella di Nikka è una storia tuttavia molto più lunga del suo From the Barrel. Inizia nel 1919 quando un poco più che ventenne Masataka Taketsuru, rampollo di una famiglia di produttori di sake, decide di imbarcarsi alla volta della Scozia per studiare e carpire tutti i segreti della produzione del whisky. Quando torna in patria Taketsuru oltre ai segreti del whisky porta con sé anche una moglie scozzese e inizia a lavorare per il gruppo Kotobukiya, destinato a diventare celebre con il nome Suntory, ma non gli basta e, dopo qualche anno, nel 1934, eccolo fondare la sua prima distilleria a Yoichi, sull’isola di Hokkaidö. 

Sceglie il luogo con cura, in una zona che riproduce le condizioni climatiche respirate in Scozia e accende il suo primo pot still riscaldato a carbone, trasformando il suo orzo in malto in forni alimentati a torba per conferire al suo distillato il tipico sentore di fumo che gli ricorda le Highlands. 

Nel 1940 esce il primo whisky firmato Nikka. Il 1963 è l’anno dell’arrivo del Coffey Still, importato direttamente dalla Blairs Limited di Glasgow, al quale se ne aggiunge un secondo tre anni più tardi. Le nuove colonne trovano inizialmente posto a Nishinomiya, una distilleria che rimarrà operativa fino al 1998, ma saranno poi spostate definitivamente a Miyagikyo, distilleria tra le montagne di Sendai fondata dallo stesso Taketsuru nel 1969 per poter produrre un distillato diverso da quello realizzato a Yoichi. 

Le due distillerie vengono pensate da Taketsuru come uno Yin e uno Yang, due forze complementari che, insieme, creano lo spirito di Nikka. Questo, a nostro parere, insieme alla capacità affinata in tanti anni dai maestri blender rende possibile la magia di Nikka. 

Noi a Miyagikyo ci siamo arrivati con uno di quei treni affilati come delle katane che sfrecciano in lungo e in largo per il Giappone, un lampo di futuribile fantascienza che fa il contraltare con le risaie che sembrano tappezzare tutta la campagna attraversata per raggiungere la destinazione. 

La distilleria è circondata dal verde degli alberi e, a due passi, scorre un ruscello di acqua limpida dal quale si approvvigiona. Poco profondo, appena una manciata di centimetri, scorre lentamente, molto zen, ma tutto l’ambiente trasmette serenità: il laghetto ornamentale, i cigni che vi nuotano sopra e i pesci koi dentro, gli alberi con le chiome cesellate come bonsai, il personale che segnala la direzione da prendere nel corso della visita. 

Si tratta comunque di un luogo di lavoro con operai, i quali sistemano il nuovo Coffey Still che entrerà a breve in funzione. Questa volta, diversamente da quello del 1963, interamente made in Japan e grande una volta e mezzo il suo predecessore. 

La visita si conclude poi con una sessione di blending di distillati diversi molto istruttiva, nel senso che ci fa comprendere come quest’arte di mescolare liquidi diversi sia frutto di enorme sapienza e chirurgica sensibilità. 

Un viatico propedeutico all’ingresso nella struttura di Tochigi dove tutte le distillazioni di Nikka si prendono il tempo necessario per affinare, maturare e prepararsi all’incontro con il “prestigiatore” che deciderà come farli incontrare, quando e in che misura.
Tochigi, anch’essa circondata dal verde degli alberi perché qui l’aspetto estetico dell’ambiente di lavoro non è mai casuale o sottovalutato, custodisce migliaia e migliaia di botti in più di dieci immense warehouses. 

Alte oltre una decina di metri, come cattedrali gotiche i cui pilastri sembrano voler reggere il cielo, sono loro a custodire il tesoro di Nikka. Le porte sono più alte di quella della basilica di San Pietro a Roma e, quando le aprono, è un “giubileo” dei sensi. Ovvero si viene letteralmente storditi dalla vista di file di botti collocate una sull’altra e dal profumo di whisky che, come uno tsunami, ci travolge. 

L’accortezza di mettere una maschera filtro sul viso poco prima, liquidata come una quasi eccessiva cortesia giapponese, impedisce un inopportuno svenimento. Da sindrome stendhaliana, comunque. 

Tochigi è il cuore pulsante di Nikka, tutto l’impianto è consacrato al legno delle botti con operai che assemblano doghe e picchiano sugli anelli di metallo che le tengono ferme, e ancora il fuoco che brucia il loro interno conferendo al legno quella superficie nera e rugosa che regalerà al whisky aromi e gusto. È la fucina di Efesto in perenne movimento.

Nikka From the Barrel nasce qui. Appena sei anni dopo la scomparsa del fondatore, ma grazie alle sue intuizioni. 

Nel 2018 è proclamato “Whisky of the Year” dalla prestigiosa e influente rivista americana Whisky Advocate ed è il whisky giapponese più esportato nel mondo. 

La bottiglia di certo è immediatamente riconoscibile: a forma di scatola, con un tappo a vite e un’etichetta piuttosto semplice, argentea e con la gradazione alcolica ben in vista: 51,4% vol. 

Lo assaggiamo più volte nel corso del viaggio in Giappone, meravigliandoci della sua complessità e del suo equilibrio, ma anche della sua facilità d’approccio. È un distillato, un blend di oltre un centinaio di distillati diversi, che ti viene incontro come un amico che non vedi da tempo. 

“Robust yet mellow”, ci dicono, aggiungendo anche che, quando è nato, non era in linea con i whisky più trendy del tempo. Però si è fatto strada e ha raggiunto i suoi primi quarant’anni di vita ribaltando tutte le perplessità iniziali. 

Per festeggiare i suoi primi quarant’anni in Nikka hanno fatto le cose in grande, producendo e immettendo sul mercato internazionale, con debutto sulle scene al recente Whisky Live Paris, cinquantaduemila bottiglie di From the Barrel Extra Marriage ovvero un From the Barrel che, dopo il blending, è stato lasciato riposare nelle botti per un periodo più lungo, permettendo una fusione più profonda tra gli spiriti selezionati dalle due distillerie di Yoichi e Miyagikyo. 

Il risultato è un distillato di malto straordinariamente elegante ma di sostanza, come un Sean Connery in smoking, dolce e speziato con note iniziali fruttate alle quali fanno seguito sentori di miele, di cuoio e di rovere tostato, con sfumature che riportano ovviamente alla vaniglia, ma anche alla frutta secca e allo zenzero candito. Un sorso di raro equilibrio per un whisky che non stanca mai proprio perché tutti i profumi e i sapori sembrano incastonarsi tra loro come le tessere di un mosaico. 

Non paghi del risultato dell’Extra Marriage, in Nikka si sono concessi anche due altre versioni celebrative: il Before Marriage e l’After Marriage, per entrambi lo stesso grado alcolico della versione originale, ma più deciso e agrumato il primo, più complesso e articolato il secondo, con note floreali alle quali, al palato, rispondono sensazioni più calde che ricordano cioccolato e biscotti appena sfornati. 

Tiratura limitatissima per questi due ultimi esemplari che impongono una ricerca alla Vittorio Alfieri (“Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”) ma per i quali regaliamo l’indizio dell’uscita prevista in cofanetto da tre bottiglie a prezzo, incredibilmente, onestissimo. 

L’avventura di Nikka dunque prosegue, il loro whisky che prende inizialmente vita in due distillerie dalle diverse anime, entrambe visitabili anche da un pubblico di non addetti ai lavori, si fonde in un unicum nelle grandi “case” - perché chiamare magazzini le warehouses sarebbe far loro un torto - di Tochigi, dove i distillati riposano prima di unirsi in matrimonio. 

E pochi matrimoni si possono considerare da favola come quelli che si celebrano tutti i giorni all’ombra dei grandi alberi che le circondano.

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