Cronache dal Bengodi del distillato: 11 motivi per cui ricorderemo il Whisky Live Paris 2025

Dopo l’edizione celebrativa dei 20 anni, quest’anno la manifestazione organizzata dalla Maison du Whisky è stata all’insegna dell’orgoglio: nonostante il momento non facile per il settore, i visitatori sono cresciuti. E le chicche per gli appassionati sono state infinite.
Di perdigiorno con la passione per cocktail e distillati ne abbiamo contati 25mila, ma Lucignolo non lo abbiamo visto.
Qualche Pinocchio dalla bugia facile ci sarà senz’altro stato – per esempio quelli che a fine serata giuravano “questo è l’ultimo drink e poi a nanna, che domani ci si alza presto…” -, ma quello originale non lo abbiamo incrociato.
Eppure, siamo sicuri di aver passato tre giorni nel più esaltante Paese dei Balocchi alcolici al mondo: il Whisky Live Paris.
La ventunesima edizione dell’evento organizzato da La Maison du Whisky, tenutasi lo scorso weekend alla Villette di Parigi, è stata infatti – se possibile – ancor più memorabile del solito. Non per ricchi premi e cotillons, né per paillettes o un malinteso senso di sfarzo; è stata piuttosto unica perché nessun altro evento è un meccanismo così perfetto, con spazi pensati a misura d’uomo, con una selezione di prodotti ed esperienze semplicemente eccellente, nel senso originale latino di superiore a qualsiasi altra proposta.
Inoltre, se l’edizione del 2024 era stata all’insegna delle celebrazioni del ventesimo compleanno, quella appena chiusa è stata una grande prova di orgoglio della comunità globale degli appassionati. Che nonostante una congiuntura nefasta nel mondo del beverage, assediato da dazi, consumi in calo e crociate salutistiche, ha risposto alla grande, riempiendo i ventimila metri quadri dell’ottocentesca Grande Halle (+2500 presenze rispetto all’anno precedente).
Insomma, il Whisky Live è sempre più l’evento fiore all’occhiello della LMDW di Thierry Bénitah - con cui Velier ha creato nel 2017 la joint venture La Maison & Velier - ed è ormai diventato per distacco il “place to be” mondiale per chi ama il single malt e gli altri frutti benedetti dell’alambicco, dal rum al mezcal passando dal cognac. Almeno una volta nella vita, bisogna venirci in pellegrinaggio.
Non esiste un unico buon motivo, ma ognuno può trovare qualcosa in grado di rimanergli conficcato nei ricordi sensoriali. Dunque, è doveroso fare un elenco dei momenti e degli assaggi più emozionanti tra le varie anteprime, masterclass e chicche in cui ci siamo imbattuti. Un labirinto in cui ogni minotauro del whisky è ben contento di perdersi.

1. L’aroma di Trelawny: l’anima fotografica (e non solo) di Hampden
Il primo approccio con la Parigi del Whisky Live è stato venerdì sera, a cancelli ancora chiusi. Letteralmente sulla rive gauche, al Quai de la Photo, con l’inaugurazione della mostra fotografica “The fragrance of Trelawny”, che accompagna la terza serie Magnum di imbottigliamenti di rum selezionati dalla Maison & Velier. Un progetto ideato da Luca Gargano in collaborazione con l’omonima, storica agenzia fotografica.
Lasciamo ad altre penne dalla sensibilità artistica più spiccata il piacere di descrivere gli evocativi scatti di Cristina De Middel dedicati all’affascinante distilleria giamaicana e ci limitiamo a descrivere i quattro imbottigliamenti, per la prima volta tutti dello stesso produttore.
Interessante e istruttiva la scelta di utilizzare mark più leggeri in termini di esteri per gli invecchiamenti più consistenti: l’Hampden 9 anni quindi è a base LROK (200/400 gr esteri per ettolitro, terzo mark più leggero della distilleria) e il risultato è un rum avvolgente, equilibrato, in cui il dna di Trelawny è presente ma reso più gentile dal tempo; l’8 anni, invece, utilizza il mark <>H ed è caratterizzato da una potenza aromatica moltiplicata, in cui il legno e gli esteri (fra 900 e 1000 gr) creano un effetto terremoto sul palato che fra gli amanti di Hampden fa gridare al capolavoro; il 7 anni a base HGML (1000/1100 gr) è altrettanto intenso, con un finale se possibile ancor più lungo; chiude il 4 anni DOK, il mark leggendario con 1500/1600 grammi di esteri che ha reso Hampden un brand feticcio dei rum geek: un inno al carattere esotico, alle note di smalto e ananas della distilleria.
Chi scrive, ha amato più di tutti i due estremi della serie, uno esistenzialmente più confortevole e uno filosoficamente estremo.
2. L’arte della selezione: i whisky delle serie The Artist
Sono stati tra gli assaggi più clamorosi del WLP, dove pure erano più di 2500 le referenze in mescita. Oddio, non che le abbiamo assaggiate proprio tutte, ma insomma fidatevi che qualcosa abbiamo provato.
Sotto l’etichetta Artist, LMDW commercializza le sue selezioni di barili di whisky. Quest’anno la 15esima serie si è divisa in due sottoserie: la prima si chiama “The dark side of the moon”, è monografica sugli invecchiamenti in sherry cask e si rifà agli storici imbottigliamenti di Luca Gargano degli anni Novanta, con in etichetta opere dell’artista sudafricano Sthenjwa Luthuli; la seconda, “Something on the water”, è realizzata in collaborazione con Sukhinder Singh (creatore di The Whisky Exchange e oggi proprietario delle distillerie Tormore e Portintruan) e racchiude solo single malt di Islay, con opere di Radhika Surana.
Sul lato oscuro della luna, tra un Ben Nevis 10 anni, un Ardmore 15 anni in botte ex Pedro Ximenez, un impressionante Benrinnes del 1997 e un vetusto Mortlach 35 anni tra l’umami e l’albicocca secca, scegliamo due perle. Il Linkwood 30 anni, un trionfo di eleganza in cui il polline, il miele di castagno e le note speziate e nocciolate dello sherry e del malto danzano sul palato; e il “Dark side of the M”, un single malt da una celeberrima distilleria che inizia con quella consonante, invecchiato per 20 anni in uno sherry butt: densissimo, quasi masticabile, con una concentrazione vecchio stile di note quasi affumicate di cioccolato, liquirizia, arancia e datteri, impreziosito da un misterioso sentore di cantina, sigaro e autunno. Il tutto a 61%. Fenomenale.
Sull’acqua di Islay, invece, galleggiano cinquanta sfumature di torba. Si parte con Symbiosis, un blended malt che unisce due vintages di Bunnahabhain e tre di Caol Ila fra i 7 e i 13 anni; si continua con un Bunnahabhain torbato del 2011 che rappresenta al meglio lo spirito selvaggio del malto isolano puro e pulitissimo; si entra infine nell’empireo, con un elegante Laphroaig 20 anni fruttatissimo e medicinale, un commovente Bowmore 30 anni in cui il mango e la mineralità danzano con grazia al naso, un Caol Ila 40 anni profumatissimo, oleoso e tropicale e infine un Arbdeg del 2000 invecchiato in sherry, il più intenso, legnoso e profondo di una selezione da sogno.
Ultima segnalazione, dalla serie Ex Libris sempre di LMDW: un Hellyers Road del 2003, single malt dalla Tasmania invecchiato in botti ex bourbon. Freschezza, spezie e passion fruit per un sorso asciutto e gentile nonostante il grado pienissimo.
3. Le gioie del palato: Accord Parfaits
Siccome alla Maison vige il perfezionismo elevato al grado assoluto, ogni anno il Whisky Live aggiunge un pezzetto di godimento in più. E siccome l’anno scorso mancava un’offerta gourmet all’area food, che pure regala piccole gioie come l’hamburger di curry di pollo, le gallette bretoni o i sandwich giapponesi, quest’anno ecco la sorpresa: ogni giorno uno chef d’alta cucina e il suo team hanno preparato un piatto e un dessert in abbinamento con i distillati.
Sabato è stato il turno di Thomas Chisholm, chef franco-statunitense del Chocho, che ha servito un crudo di ricciola e cetrioli con tequila Ocho e un dessert a base di cioccolato e crema di pane per veri epicurei in pairing con Michter’s. Domenica è toccato a Wilfried Romain (Lava): tartare di vitello con crema di peperoni verdi e il single malt francese Domaine des Haute Glaces e un dessert abbinato a Benromach che sfortunatamente una concomitante masterclass ci ha impedito di provare. Ha chiuso il lunedì Adrien Cachot, una stella Michelin al suo Vaisseau: ostrica tiepida al rafano e crescione e mochi al cioccolato amaro, entrambi accompagnati da Hampden.
Ecco, chi frequenta le fiere è abituato ad accontentarsi delle patatine fritte, sperando che non sappiano di olio esausto. Inframmezzare gli assaggi con spuntini di questo tipo è un’inattesa gioia per il cuore quasi come è una gioia per gli occhi apprezzare le scelte grafiche di caratteri e font sui cartelli dell’organizzazione. A ognuno le sue perversioni, noi gente della carta stampata godiamo anche così…
4. Kyoto in trasferta: la Bee’s Knees experience
Tutta la parte esterna (ma coperta) del Whisky Live ospita da qualche anno la Cocktail Street, un’area dedicata alla miscelazione aperta anche al pubblico esterno alla fiera. Quel che colpisce, insieme alla ricercatezza degli stand - scordatevi i banchetti banali, qui in creatività e raffinatezza di design ci danno dentro -, è anche la qualità della proposta cocktail.
Tra i tanti, segnaliamo la secret room di Hampden, dove accanto a tre drink si potevano annusare i vari mark come in profumeria e il progetto capolavoro di Nikka, che ha incredibilmente riprodotto in piccolo gli interni di uno dei migliori bar del mondo, il Bee’s Knees di Kyoto. Posti limitati al bancone, prenotazione obbligatoria, 40 minuti di experience in totale quiete e connessione con Keisuke Yamamoto e Toru Ariyoshi e le loro sei creazioni. Pulizia, estrema eleganza, minimalismo di stile ma non di gusto. Fatti salvi questi tre capisaldi, abbiamo amato smisuratamente il Dirty Dashi Martini, in cui l’oliva infusa nel dashi regala una texture unica, e avremmo fatto il bagno nel +81 Highball, con Nikka Coffey malt e kombucha ai fiori di ciliegio e lime. Ci hanno dovuti staccare con la forza dal bancone…
5. Ready to serve: All Possible Daiquiris Neisson
Restiamo un attimo in zona mixology, ma ci spostiamo dal bar. Andiamo idealmente a casa per una cena, o una grigliata fra amici. Momento aperitivo, perché non osare invece del solito proseccaccio? Perché non un cocktail, ovviamente senza dover per forza avere una station degna di uno speakeasy o di un tiki bar? È qui che entra in scena All Possible Daiquiris, la linea di daiquiri ready to serve ideata dalla Maison & Velier. Quella lanciata al WLP 2025 è la quinta edizione: dopo quelle a base Clairin, Hampden, River Antoine e Paranubes, ecco quella che utilizza il rhum Neisson Esprit Bio. Vero succo di lime biologico, come biologico è il succo di canna. Un prodotto ideato per superare la categoria – ampiamente vituperata – dei ready to drink in lattina. Sette serving in ogni bottiglia, da conservare rigorosamente in frigo e senza data di scadenza. Piccolo spoiler: è di gran lunga migliore di alcuni daiquiri assaggiati in bar di livello a Milano.
6. Velier, l’isola del tesoro dei rum
Non che sia una novità, eh. L’anno scorso servivano i domatori con sgabello e frusta per gestire gli assalti allo stand Velier quando veniva aperto un Caroni. Anche quest’anno lo spazio nell’area Vip dedicato ai rum selezionati o distribuiti da Luca Gargano è stato preso d’assalto. E a buona ragione.
Proveremo ad essere sintetici e a limitarci solo agli assaggi che ci si sono conficcati nelle meningi e che ancora ci fanno salivare al pensiero. Partiamo dai due pezzi da novanta: il primo è Cabeza Llena, un rum cubano distillato nel 1948, ideale seguito dell’imbottigliamento Hoy como ayer, distillato nel 1968. Di questo liquido non si sa nulla, né la distilleria, né le specifiche. Si sa che è sorprendentemente pieno e delicatamente floreale nonostante l’età veneranda, con una tensione inaspettata e un finale divino di caffè e legno. Il secondo è il Caroni Paradise #12, uno degli ultimissimi barili scovati da Gargano a Trinidad. Distillato nel 1996, è meravigliosamente vivo, con quel caratteristico sentore di diesel che si amalgama con la papaya e il tamarindo, il cioccolato e il pepe di Timur, l’asfalto e la frutta cotta alla brace. Un viaggio.
Per la serie Habitation, dedicata ai rum distillati in pot still, due nuovi imbottigliamenti: Rainforest, rum delle Filippine invecchiato 14 mesi dalle curiose sfumature erbacee e di polline, e Chamarel, rum di melassa delle Mauritius: appuntito e complesso, ricorda per certi versi Hampden per la vivacità degli esteri.
Ecco, rimanendo su Hampden, al WLP è stato presentato anche il primo 15 anni ufficiale della distilleria, tirato in cinquemila bottiglie. Rigogliosamente tropicale e morbido al naso, più virile e secco al palato, è un Hampden evoluto come certi Pokemon: i tratti comuni sono ancora ben visibili, ma la complessità è portata a un livello superiore.
Chiudiamo con altri due assaggi: da una parte il Nine Leaves 5 anni del 2020, invecchiato in una botte ex Pedro Ximenez, uno dei visionari gioielli distillati da Yoshiharu Takeuchi a partire da sciroppo di zucchero di Okinawa (umami e funky, con un mix di acidità, dolcezza e astringenza straordinario); dall’altra le nuove selezioni di Luca Gargano. Qualche sensazione a raffica. Il giamaicano Vale Royal (Cambridge 2006) è un single cask ponderoso, mastodontico come corpo e come carica aromatica e legnosa, per serate epiche; il Guyana 2004 è uno small batch di diverse annate, diversi mark e diversi alambicchi, che danno un rum più rotondo, dove note di marmellata e cioccolato vengono inspessite dal legno; infine, forse il nostro preferito, ovvero il single cask di Clarendon 14 anni, mark MBS, prodotto dalla distilleria Monymusk, in Giamaica: semplicemente uno dei tre rum migliori assaggiati nel 2025, con un equilibrio quasi miracoloso fra la dimensione tropicale e quella terziaria.
7. Come se fosse un fuorisalone: il Golden Promise
Facciamo una pausa nel reportage, per un extra-reportage. Si dà il caso, infatti, che quando il Whisky Live chiude i battenti, visitatori, operatori e bon vivants in genere si ritrovino a cena, in qualche bistrot, per poi finire la serata… Sul divano a guardare Netflix e a bere la Soluzione Schoum per depurarsi, direte voi. No, la finiscono al Golden Promise, ovvero il whisky bar di proprietà della Maison ascrivibile alla ristretta cerchia di luoghi sacri per gli adepti del malto. Siamo nel quartiere Montorgueil, in rue Tiquetonne. E il senso religioso di mistero e reverenza inizia a farsi strada già prima di scendere le scale, incastonate in vetrine di improbabili imbottigliamenti giapponesi. Ma è al piano inferiore, in una cripta la cui vista fa cadere la mandibola, che si tengono i riti più segreti. Ad officiare i sacramenti della scelta, della mescita e della degustazione è Salvatore Mannino, raffinato cardinal camerlengo di questa chiesa in cui se ne stanno ordinate sugli scaffali centinaia di bottiglie che definire rare è eufemismo. Il menu in lunghezza rivaleggia con l’Antico Testamento, solo che qui i profeti sono meno aramaici e più scozzesi: Brora e Port Ellen, Imperial e Rosebank, ma anche Pappy van Winkle e Karuizawa. Annate introvabili, selezioni Samaroli, Bowmore bicentenari. Inutile elencare, qui c’è quello che un appassionato non può nemmeno sognare. E Salvatore riesce a consigliare chiunque con un’onniscienza da venerabile santo. “Quel Mortlach? Simpatico”. “Quel Talisker molto sherroso”. “Quel Clynelish? Delizioso, ne avevo una bottiglia a casa, ci sfumavo il rognone…”.
Vi facciamo anche noi una “promessa d’oro”: uscirete da qui con un sorriso che nemmeno le forchette sui Sofficini nelle pubblicità anni ’90…
8. La degustazione dell’amicizia
Messa così sembra una cosa tipo la grolla valdostana, che ti viene mal di testa solo a nominarla. Invece è stata una delle masterclass più attese e seguite. Da una parte Sukhinder Singh, dall’altra il patron di LMDW Thierry Bénitah. A moderare, un gigante habitué del Whisky Live, ovvero Serge Valentin, il baffutissimo creatore del blog di recensioni WhiskyFun, nonché collezionista e whisky nerd. Sul tavolo, 5 assaggi. Un whisky e un rum portati da Sukhinder, un whisky e un rum scelti da Thierry. E ovviamente l’imbottigliamento realizzato in collaborazione da entrambi per il trentesimo anniversario della loro amicizia (e fa niente se noi con le nostre mogli al massimo andiamo a mangiare la pizza o in gita al lago per l’anniversario…). No, i due cavalieri del malto si sono regalati un Imperial di 30 anni del 1994: blend di due refill hogshead, questo whisky da distilleria chiusa è l’idea platonica stessa di frutta tropicale. Polline, cera d’api, papaya, ma anche una burrosità sensuale e quella delicatezza che solo i pasticceri sanno usare quando realizzano le loro torte migliori.
Notevolissimi anche i due malti scelti per accompagnarlo: un Glen Keith di 38 anni del 1967 di Gordon & MacPhail, severo e vecchio stile, in cui il legno si trasforma in panforte e albicocca secca, e un Longmorn del 1968 della Scotch Malt Whisky Society, estremamente “sherroso” e intenso, con una marmellata di fichi che si mescola a cacao amaro, datteri e foglie di tabacco. Se si brinda con questa roba, l’amicizia non può che essere più duratura del bronzo.
9. L’importanza del flaneur, ovvero andare a zonzo per stand
Sì, d’accordo, serve metodo, altrimenti ti ritrovi a girare inebetito dalle possibilità e paralizzato dalla infinita scelta. Però è anche bello regalarsi del tempo per passeggiare senza meta lasciandosi incuriosire da qualsiasi suggestione. Iniziare dalla Rum Gallery, saltellare tra le nuove distillerie francesi dai packaging molto profumieri (a proposito consigliamo Uberach 20 anni, della serie “La version française” della Maison, un single malt alsaziano invecchiato in botti ex Banyuls: semplicemente una bomba di yuzu e olio essenziale di mandarino), finire a rimirare i cactus accanto a una fontana messicana riprodotta nel Patio des agaves…
Succede di tutto al Whisky Live, come a Las Vegas ma senza altri vizi che non siano quello di Bacco. Succede che si dia la benedizione con delle fiale di Hampden, succede che dei visitatori si presentino in kilt (e ci sta) oppure vestiti da Wally, il fumetto con occhiali e maglia a righe biancorosse (che ci sta meno…). Succede di intravedere il turbante di Sukhinder o la barba sempre più rasputiniana di Dave Broom, il celebre autore del Whisky. Succede di fermarsi a provare il Chichibu II, primo single malt prodotto dalla nuova distilleria del marchio, e di ritrovarsi a sorseggiare sakè senza capirne granché. Succede di guardare con un misto di curiosità e timore gli stand del whisky thailandese Prakaan e di quello romeno Carpathian, per finire ad assaggiare Agot, single malt basco invecchiato in barili ex vino rosso della Rioja. Succede di annoiarsi in coda per le nuove Special Releases Diageo, di rinunciare e di finire a mangiare del pane a fini drenanti per l’apparato gastrico in apparente stato di ammollo sottospirito…
Insomma, va bene l’assaggio scientifico, ma non privatevi del gusto dell’avventura e dell’arte semiseria di bighellonare.
10. Giappone fra passato e futuro (con un rimpianto)
La Maison du Whisky ha legato indissolubilmente il suo nome al whisky giapponese fin da quando, pioniere assoluto, ha portato in Europa i marchi di Nikka. Anche per questo, l’attenzione rivolta ai malti del Sol Levante al WLP è sempre parecchia. Senza precedenti è stata la tavola rotonda, moderata dal già citato Dave Broom, con gli esponenti dei maggiori produttori, da Nikka a Suntory, da Chichibu ad Akkeshi, da Mars a Kirin e Kanosuke. Uno scambio di opinioni e punti di vista sullo stato dell’arte del mercato giapponese, sul nuovo disciplinare più stringente e sul (nuovo) ruolo dei whisky nipponici sulla scena globale.
Parallelamente, se qui si costruiva il futuro del whisky giapponese, pochi metri più in là si glorificava il suo passato, con una delle esperienze più ricercate ed elitarie della fiera: il Karuizawa bar. Otto referenze della celebre distilleria chiusa, divisi in due flight da 4 assaggi da 1 cl. Uno a 150 euro, l’altro a 300, entrambi prenotabili online ed entrambi esauriti, ahinoi. Vintage del ’68 e del ’75, il Karuizawa Geisha e il White Warrior… Abbiamo bevuto peggio in bar peggiori, suvvia.
11. Il whisky più vecchio del mondo: Glenlivet 85 anni Gordon & MacPhail
Così come succede nel calcio, la domenica sera è tempo dell’evento clou, la partita più attesa. E quindi si è tenuta la domenica, nell’auditorium della Grande Halle, la presentazione ufficiale del più vecchio single malt mai rilasciato, ovvero il Glenlivet 85 anni imbottigliato dalla storica etichetta indipendente Gordon & MacPhail per la serie “Artistry in oak”.
Il barile #336 (un first fill sherry butt in rovere americano) è stato distillato nel febbraio del 1940 mentre i Messerschmitt del Reich minacciavano i cieli della Gran Bretagna churchilliana, ed è stato imbottigliato nel febbraio 2025. L’opera d’arte che racchiude il whisky è stata realizzata dall’architetta Jeanne Gang. 125 i decanter, sul mercato al prezzo di 125mila sterline l’uno.
Prima di assaggiarlo, i ragazzi di G&MP sono stati così generosi da servire altri due matusalemme liquidi del loro infinito stock: prima un Longmorn del 1968 invecchiato 57 anni, non ancora imbottigliato, un florilegio di cola e tamarindo, cioccolato fondente e pompelmo rosa, dalla parte vinosa e legnosa importante; poi un Glen Grant del 1955 invecchiato 67 anni, meno intenso ma elegantissimo, con una melodia di frutti rossi e legno lucidato che vira sul tè infuso e addirittura su una venatura agrumata, insolita in maturazioni così importanti.
E ancor più insolito è il Glenlivet 85 anni, la cui freschezza lascia di stucco anche i più esperti. Aromi di salotto buono, atmosfere floreali nobili, un intarsio di cera, frutta esotica e tabacco che fa volare. In bocca è di nuovo la frutta a vincere sul legno, in una cornice di cera e oleosità, mai seduta e sempre vivace, probabilmente per merito del rovere americano. Qualcosa di epico, di memorabile.
Come questa edizione del Whisky Live Paris, il Bengodi di chi ama il malto.














