Macallan e l’arte (cinematografica) di invecchiare

Da oggi è disponibile Lo spazio del tempo, diretto da Serena Corvaglia: il cortometraggio con cui Macallan celebra i suoi 200 anni. Un cast di eccellenza per una narrazione sospesa a metà tra fiction e documentario, che trasforma l’attesa in materia filmica e invita a ripensare il nostro rapporto con il tempo.
Viviamo nell’epoca della velocità: produciamo contenuti, oggetti, esperienze in serie, in fretta, in loop. Celebriamo la giovinezza come un valore assoluto e la rapidità come metodo vincente. Ma dietro questa corsa continua persistono esperienze che impongono di fermarsi e di saper aspettare. Lo sa bene Macallan, distilleria scozzese tra le più storiche e prestigiose al mondo, che nel suo bicentenario decide di affidare al cinema un messaggio controcorrente: piuttosto che celebrare la propria storia e il brand, sceglie di omaggiare artisticamente un concetto, un’idea, e il suo alleato più importante: l’attesa.
Nasce così Lo spazio del tempo, cortometraggio firmato dalla regista Serena Corvaglia e prodotto da Unfollow ADV ed Eliofilm. Presentato in anteprima a Milano lo scorso dicembre e selezionato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia, il film è un’operazione di brand storytelling molto particolare, perché si presenta come un’opera visiva e concettuale, sospesa tra mockumentary e performance filosofica, non incentrata sul brand.
Costruito come un documentario che gioca sulla sottile ambiguità tra realtà e finzione, Lo spazio del tempo vede l’attrice Kasia Smutniak nel ruolo di una regista teatrale elegante e misteriosa, che ingaggia una giovane giornalista - interpretata da Sofia Iacuitto - per intervistare alcune eccellenze italiane: lo scrittore Nicola Lagioia, lo chef Mauro Uliassi, la gallerista Lia Rumma, lo stilista Ottavio Missoni e il guru dei distillati Luca Gargano. A ciascuno di loro viene rivolta una domanda solo apparentemente semplice: qual è il tuo rapporto con il tempo?
Il risultato è un montaggio di interviste autentiche, dove ogni risposta confluisce in una riflessione corale sull’importanza che riveste l’attesa in mondi diversi: l’arte, la scrittura, la cucina, la moda e naturalmente la produzione di distillati di pregio.
Un progetto artistico e ambizioso, nel quale l’Italia gioca un ruolo chiave: è nel nostro paese infatti che il cortometraggio è stato ideato, girato e lanciato, grazie anche alla collaborazione con Velier.
«Quando siamo stati chiamati a celebrare i 200 anni di Macallan», spiega la regista Serena Corvaglia. «è stato naturale pensare a una creatività sul tempo, innanzitutto per rendere omaggio all’eredità che viene da tutti questi anni di storia, e poi ci è sembrato stimolante esplorare filosoficamente e artisticamente un concetto che da sempre è fonte di ispirazione e punto di partenza per film e letteratura d’eccellenza.».
Il whisky, in questo senso, diventa quasi una metafora per parlare di quanto siano importanti l’attesa e la maturazione. «Penso davvero che questo sia il modo più raffinato e profondo di raccontarsi», continua Corvaglia. «Perché se un brand non perde tempo a raccontare se stesso, questo significa che è dotato di una qualità e di un’eccellenza che non hanno più bisogno di presentazioni. Il mio lavoro creativo si eleva a un grado di eleganza e libertà uniche, poiché lo storytelling si basa su qualcosa di evocativo nelle emozioni e nei valori. Per me è stata una sfida davvero gratificante, perché ho sentito finalmente la possibilità di mettere “tanto cinema” in un progetto branded.»
La presenza di “tanto cinema” nel corto è in effetti evidente. A cominciare dalla stessa sceneggiatura, che racconta la messa in scena di un Antonius Block, il protagonista di uno dei più importanti capolavori della storia del cinema: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.
Racconta Corvaglia: «In generale, quando creo, cerco di tenermi libera dai riferimenti: rischiano di diventare trappole inarrivabili. È chiaro, però, che tutto quello che ho visto e amato al cinema pesa sempre tantissimo, perché ha costruito il mio immaginario e viene inconsciamente restituito nel flusso creativo. E come spettatrice sono onnivora, spazio da Bergman a Kathryn Bigelow, passando per la commedia italiana e il cinema indipendente americano più recente, ma forse in questo caso ammetto che potrei aver attinto anche al mio grande amore per Truffaut, Godard e la Nouvelle Vague.»
Qui c’è anche la chiave del linguaggio filmico scelto: non un documentario classico, ma un gioco di specchi tra vere interviste e finzione:
Questa per me è stata la sfida più grande. All’interno di una cornice narrativa suggestiva, ci tenevo a valorizzare al massimo il contributo dei grandi talenti coinvolti. Non capita spesso di poter conversare con persone così speciali, che toccano i vertici della propria categoria, e che sono dotati di una ricchezza interiore speciale. Io desideravo trasferire questa ricchezza nel film. Così, abbiamo incontrato i nostri protagonisti lasciandoli liberi di esprimere se stessi, e lo abbiamo fatto raggiungendoli all’interno dei luoghi che abitano, senza set costruiti, in modo che tutto quello che li circonda potesse raccontarci di loro. Trasformando questi segmenti di film in documentario.
Incontri estremamente interessanti e sorprendenti per motivi diversi, continua a raccontarci la regista, a cominciare da quello con Lia Rumma: «quasi un’esperienza estetico-sensoriale in un’altra dimensione», nel suo palazzo affacciato sul golfo di Napoli, in un silenzioso labirinto di stanze, arredate esclusivamente con opere di grandissimi artisti internazionali. «Sembrava di trovarsi in un altro tempo, in una sorta di stato di grazia.»
Quando poi abbiamo girato con Luca Gargano, e la giornata era conclusa, nessuno della troupe si decideva ad andarsene perché eravamo affascinati dai suoi racconti off camera. Ci siamo messi a sfogliare i libri fotografici dei suoi viaggi in Africa, e non avremmo mai smesso di ascoltare. Più o meno la stessa cosa mi è successa a casa di Nicola Lagioia, dove più volte ho trovato difficoltà a stoppare i ciak perché mi interessava tutto quello che di nuovo aggiungeva al discorso. Quando siamo stati da Ottavio Missoni, è stato affascinante scoprire che la location usata per l’intervista era la stessa che veniva usata per le sfilate negli anni ’80, con le modelle che risalivano da una scaletta a chiocciola dal piano inferiore. E infine, quando siamo arrivati al ristorante stellato di Uliassi, ci è scesa a tutti una lacrima nel vedere che la cucina era ormai chiusa…
Il film si muove attraverso ambienti silenziosi, gesti lenti, parole misurate. Una regia che osa sottrarre, più che aggiungere, dove il bianco e nero è senza dubbio la scelta più giusta e carica di significato, per evocare immediatamente qualcosa senza tempo e omaggiare un’eleganza estetica che esprime perfettamente la classicità di Macallan.











































