Tra il vulcano e le nuvole


di Maurizio Maestrelli 2024

VelierGiorno 1 Lunedì 9 settembre 2024

L’aeroporto di Malpensa è bello, ma è scomodo.

Chi mai avrà avuto la brillante idea di piazzare l’hub internazionale dei milanesi più vicino a Chiasso, Svizzera, che al Duomo? Vallo a sapere. Di certo aver battezzato “Malpensa Express” il treno che dalla Stazione Centrale porta fino all’aeroporto è un segno evidente di scarsa conoscenza della lingua inglese. Oppure di crudele senso dell’ironia, considerato il numero di fermate intermedie previste. In un modo o nell’altro comunque eccoci qui, pronti a seguire le tracce dell’onirico Luca Gargano, che ha fatto lo stesso nostro viaggio qualche mese fa. Il primo volo ci porta a Lisbona, città delle mille pasteis de nata e dell’unico ponte 25 de Abril che sembra la fotocopia perfetta del Golden Gate di San Francisco, e che fondamentalmente lo è, visto che a costruirlo sembra sia stata la stessa società. Il volo successivo è invece per la prima tappa di questa spedizione: Capo Verde. Arcipelago composto da dieci isole vulcaniche, tutte abitate tranne una, che se ne stava tranquillo per conto suo fino a quando un navigatore genovese (chissà perché sono sempre i genovesi a fare da apripista) al servizio della corona portoghese non vi mise piede nel 1456 svelandone, agli europei se non altro, l’esistenza. Da quel momento in poi Capo Verde ha iniziato a comparire stabilmente sulle mappe di navigazione, tappa fondamentale sulla rotta delle spezie e, più tristemente, su quella degli schiavi. Ci capitò anche Cristoforo Colombo, l’ennesimo genovese, che sembra avesse osservato come quelle isole portassero un nome “ingannatore, perché sono alquanto aride e io non vidi in esse alcunché di verde”. Di primo acchito anche noi, a dire il vero, ci siamo trovati d’accordo con il vecchio Colombo.

Superato l’impatto dell’uscita dall’aeroporto di Praia, la capitale sull’isola di Santiago, e assorbito l’impatto violento di un caldo umido simile a quella di una sauna finlandese, che ci fa boccheggiare come un pesce tirato a riva, osserviamo dal finestrino dell’auto una terra piuttosto brulla, con pochi alberi-cespuglio che sembrano sfidare la sorte e delle mucche magroline che, anch’esse, sembrano sfidare la sorte pascolando ai bordi della strada o addirittura nella striscia di erba che funge da spartitraffico. Mentre rifletto che basterebbe una leggera sterzata per assicurarci la cena, il paesaggio intorno a noi inizia a cambiare. Il verde c’è eccome, sia sotto forma di pascolo per greggi di pecore sia come “rampa di lancio” per faraone kamikaze che amano sfrecciare a pochi metri dalle ruote della nostra auto, con grande sprezzo del pericolo. Abbiamo appena messo le valigie in camera e dato uno sguardo, e pure un sospiro, alla piscina dell’hotel che ci ospiterà per la notte, che già siamo diretti verso la tenuta di Manuel Barbosa Amado, distillatore di grogue, ovvero del rum locale. Nella sua terra Amado coltiva canna da zucchero e banane: è della sua famiglia dalla metà degli Anni Sessanta, ma è solo alla fine degli Anni Ottanta che un alambicco è stato acceso per la prima volta. Il suo grogue è diverso da tutti gli altri perché è l’unico che distilla puro succo di canna, e il risultato è un liquido trasparente e fragrante, aromatico e dolce senza aver bisogno di zuccheri aggiunti come invece sembra essere un po’ la consuetudine sull’isola. La distilleria e i dettagli tecnici li lasciamo volentieri ai compagni di viaggio, il barbuto Marco Zucchetti che immagazzina dati come un computer, e Giovanni Angelucci che sembra sempre pensare ad “altro” e invece è lì che coglie il respiro del viaggio. Noi invece ci facciamo ammaliare dalla spiaggia che sta a qualche centinaio di metri dalla distesa di canne da zucchero. È stranamente nera come una notte senza luna ma, come la notte ha le sue “stelle”, anche questa sabbia rilascia dei piccoli lampi di luce mentre ci si cammina sopra. È sabbia lavica, fine come la polvere ma ricca di particelle di silicio, lo stesso materiale con il quale si produce il vetro di migliore qualità. Suggestiva a suo modo, forse non da “bianco cartolina” come ci si aspetta da una spiaggia tropicale, ma rivelatrice della natura dell’isola e, probabilmente, anche della natura del grogue di Amado. Con questa immagine si conclude la prima giornata: il caldo si è stemperato, c’è una leggera brezza nell’aria e un piatto di cachupa, piatto tradizionale capoverdiano a base di mais, fagioli, manioca, verdure varie e carne mangiato nella sala da pranzo di una famiglia che potrebbe essere di ristoratori, o forse solo di amici di Gargano, è il viatico che ci accompagna verso le camere. Cocktail di commiato a parte, ovviamente.

VelierGiorno 2 Martedì 10 settembre

Per anni, e non sono mai riuscito a comprenderne il motivo, ho avuto in casa un martin pescatore impagliato.

In famiglia non ho cacciatori, abbiamo sempre amato i nostri cani, manifestato una simpatia protettiva per i ricci, salutato con gioia fagiani, tortore e pettirossi che hanno quasi quotidianamente frequentato il giardino, ma al mistero del martin pescatore non ho mai trovato una soluzione. Ma forse era un segno del destino, perché qui a Praia i martin pescatori sono di casa: colori sgargianti, livrea bianca e nera con penne turchese e becco arancione, se ne stanno fermi fino a quando non vengono inquadrati dalla macchina fotografica. Poi, in un battito di ciglia, spariscono per andare a fermarsi poco più distante. Per fare una foto discreta bisognerebbe impagliarne uno.

In mattinata si torna in aeroporto, questa volta la destinazione è l’isola di Fogo. Il nome è emblematico. Vista dall’alto l’isola assomiglia a un’enorme patella di mare, quelle conchiglie che sembrano incollate agli scogli, e in effetti anche Fogo sembra saldamente incollata al blu dell’oceano. Il suo nome gli è stato dato poco dopo il 1680, quando il vulcano che l’ha fatta sorgere dalle acque e che la domina ha eruttato con una tale violenza che esplosione, bagliori infernali, fuoco e colata lavica si potevano ammirare da centinaia di chilometri di distanza. Una volta atterrati, con un certo tatto veniamo informati che il vulcano è ancora attivo, ma che l’ultima eruzione è avvenuta una decina di anni fa. Con altrettanto tatto evitiamo di chiedere ogni quanto erutta questo vulcano. Insomma, se è un abitudinario o se preferisce fare delle improvvisate.

Ma in fondo chi se ne frega, siamo a Fogo solo di passaggio, la nostra meta finale è l’isola di Brava. Per arrivarci ci imbarchiamo su quella che sembra essere stata un tempo una corvetta militare, o forse solo una solida imbarcazione per la pesca d’altura. Sia come sia, il fatto che sembri solida ci convince perché l’oceano è bello e romantico, ma è anche pur sempre in movimento. Qualunque preoccupazione comunque si scioglie come neve al sole non appena si esce dal porto: un branco di un centinaio circa di delfini ci attraversa la strada poi, all’improvviso, qualcuno si avvicina all’imbarcazione, ci nuota accanto, sparisce e ricompare in maniera così rapida che fa apparire la nostra barca ferma. Sarà banale, sarà infantile, ma è un’emozione vera osservare da vicino questi animali tra i più intelligenti del pianeta. Più intelligenti probabilmente anche di molti di noi esseri umani. Li perdiamo di vista e allora ci dedichiamo a osservare il volo degli uccelli e perdiamo allegramente alcune diottrie sforzandoci di individuare il fulmineo librarsi sulle onde dei pesci volanti. Per chi, come il sottoscritto, ha considerato Thor Heyerdahl un supereroe, ha letto più di una volta l’avventura del Kon-Tiki e visitato il museo a lui dedicato a Oslo, un secondo di pesce volante in volo vale l’attesa e lo sforzo. E alla fine, lentamente, ecco apparire l’isola di Brava all’orizzonte, che sembra crescere di minuto in minuto.

Il contrasto cromatico con Fogo è evidente fin da subito: tanto Fogo è dominata dal marrone e dal nero, tanto Brava è verde. Ma è anche avvolta da basse nubi, il che le conferisce un lontano ricordo di Skull Island, l’isola di King Kong, almeno quello del 1976 con una indimenticabile Jessica Lange e un Jeff Bridges prima che diventasse il Drugo. Arriviamo in porto, ci stipiamo in un furgoncino Toyota rosso e giallo come farebbero dei pinguini quando il vento antartico soffia forte, e si va a pranzo a Nova Sintra, capoluogo dell’isola nella cui piazza si trova l’Esplanada Sodadi, ristorantino a conduzione familiare dove si assaggia il totoco, piatto a base di pesce accompagnato da verdure e una specie di gnocchi fatti con il miglio. È una cucina semplice, ma saporita e più completa tra carboidrati, proteine e vitamine di molti dei nostri pranzi quotidiani. Fuori pioviggina come fossimo in Irlanda, alla faccia di chi pensa che questi viaggi ai Tropici siano sinonimo di sole, spiagge e cocktail a bordo piscina (no, questa cosa dei cocktail è meglio se la togliamo), e noi si risale sul furgoncino per salire in quota verso quella che, fino a oggi e ai miei occhi, è la più inconsueta piantagione di canna da zucchero mai vista. Di sicuro almeno una piantagione che non ha bisogno di irrigazione forzata. È qui tra le nuvole che incontriamo Daniel Miranda, proprietario, coltivatore e distillatore di canna preta, ovvero la varietà dalla quale ricava il suo djabi. Il rum locale, a tutti gli effetti, ma il cui nome arriva dai tempi lontani quando a Brava attraccavano le baleniere i cui marinai, spesso americani e inglesi, non appena mettevano piede a terra si dirigevano verso il primo punto di ristoro ordinando da bere. E bere, per quei marinai, significava bere alcol, whisky in particolare, l’allora già molto conosciuto J&B nello specifico. Alla brava gente di Brava però il J&B risultava oggetto non identificato ma dal significato comprensibile e così, mentre il forestiero chiedeva J&B, il locale rispondeva con il rum autoprodotto. Il punto d’incontro tra i due divenne il suono del marchio di whisky scozzese: djabi per l’appunto. Miranda è un abile distillatore e un abile raccontatore di storie. Dietro gli occhiali da sole, chissà perché poi, e la maglietta tesa dai bicipiti allenati c’è un uomo cordiale e appassionato che si batte per dare a Brava quella notorietà che merita. L’isola è in effetti suggestiva, con degli scorci panoramici sull’oceano meravigliosi. La sera siamo di nuovo all’Esplanada e la cena è sottolineata dalla morna, la musica che è nata proprio qui ed è diventata nel tempo la colonna sonora di Capo Verde: avvolgente, malinconica, calda, a tratti struggente. Boh, struggente forse è un po’ troppo, ma è l’emozione che sinceramente ho provato nel momento in cui mi hanno detto che quello che avevo nel piatto era uno dei simpatici pesci volanti per i quali mi ero giocato un paio di diottrie solo qualche ora prima.

VelierGiorno 3 Mercoledì 11 settembre

Chi si ferma è perduto o, più semplicemente, perde la barca. Quella che ci riporta a Fogo.

Salutiamo Nova Sintra sotto una pioggia battente. L’autista affronta i tornanti come il più famoso “mago della pioggia” della Formula Uno, il sempre compianto Ayrton Senna, ma arriviamo al porto e affrontiamo nuovamente le onde. Per non farci mancare nulla, passiamo il tempo mangiando un buonissimo formaggio locale che ci hanno regalato (almeno credo) alla faccia della danza che fa sulle onde la barca.

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Nessuno si sente male, i delfini non si fanno vedere ma qualche pesce volante sì, anche se sembra mi guardi con un certo odio, e infine mettiamo piede a terra a Fogo. Se Brava è suggestiva, Fogo non scherza per niente. Si salgono un numero imprecisato di tornanti, bucando le nuvole, per arrivare alla caldera del vulcano che praticamente vuol dire andare in montagna perché, se la sommità del vulcano si trova a 2800 metri circa sul livello del mare, la caldera si troverà tra i 1500 e i 1800 metri. Che sia montagna ce ne rendiamo conto immediatamente, una volta scesi dal mezzo che ci ha portati fin qui. Tra le nuvole, la pioggia sottile ma insistente e la nera sabbia lavica sotto i piedi, sembra di stare in un paesaggio alieno. Lasciamo impronte dappertutto e qualcuno, vabbé io, prova a saltellare come Neil Armstrong sulla superficie lunare nel 1969. Quando però il sole riesce a bucare le nuvole la temperatura torna mite, e lo scenario cambia. Allora si cammina e ci si stende su grandi blocchi di roccia lavica e si scopre che, intorno a noi, crescono alcune viti ad alberello. Basse, quasi dei cespugli, molto simili a quelle che si vedono a Pantelleria. L’idea che qualcuno coltivi viti e produca del vino in questa landa piuttosto desolata sembra poco credibile ma così è, e in effetti il vino di Fogo è molto rinomato in patria e, così ci dicono, anche in Portogallo e in Brasile. Incontriamo un produttore, assaggiamo i suoi vini e facciamo un giro nel suo, per così dire, giardino di casa che è poi un frutteto. Alberi di mele cotogne e di fichi con il vulcano che, distante ma non così tanto, se ne sta a guardare. Anche il frutteto e le viti si trovano nella caldera e la caldera è, in un certo senso, il suo “campo di gioco”. Mentre scendiamo verso l’aeroporto dove ci aspetta l’aereo che ci ricondurrà a Praia incrociamo degli uomini intenti a pavimentare la strada. Sono chini e collocano delle pietre piatte una accanto all’altra, con pazienza e meticolosità certosina. Lavoro duro, manuale e chissà quanto durerà, perché ai lati della strada c’è la fredda lava dell’ultima eruzione, quindi in bocca al lupo. Ma è una “fotografia” che dopotutto ti fa stimare la razza umana…

VelierGiorno 4 Giovedì 12 settembre

Ci si sveglia di buon’ora in quel di Praia.

Colazione e ripartenza verso la distilleria di Amado per qualche dettaglio in più e un saluto a una persona molto cordiale. Un saluto anche alle faraone e alla coppia che si era appartata in auto proprio sulla spiaggia e che noi siamo brillantemente, ma incolpevolmente, andati a disturbare. Ma abbiamo anche il tempo di fare un giro in città: il mercato è sempre fonte d’ispirazione, con i banchi del pesce e quelli della frutta e della verdura, ma ci colpisce in una piazza il monumento ad António Lereno, medico al quale la popolazione locale deve essere evidentemente grata. Tutta, tranne forse la donna raffigurata alla base della stele sormontata dal suo busto. La donna ha il capo chino, tiene in braccio un bimbo, ma il braccio destro è alzato verso il medico in un gesto che sembra di gratitudine. Il problema è che la mano destra della donna mostra un bel dito medio che sembra proprio rivolto a Lereno. Quale mistero si nasconda dietro un gesto a prima vista a dir poco irriverente l’ho risolto solo una volta rientrato in Italia. La versione originale della mano della donna prevedeva indice e medio. Quando si dice che la differenza è sempre nei dettagli.

Praia comunque nasconde dei veri e propri tesori. Bisogna andarseli a cercare, però. Uno di questi è l’atelier di Tutu Sousa, nel quartiere di Terra Braca. Sousa è un capoverdiano doc, pittore e scultore autodidatta ma di indubbio talento. La sua galleria d’arte è una bomboniera che raccoglie i suoi lavori ricchi di colore e di grande intensità. Dipinge tele ma anche un po’ tutto ciò che gli capita a tiro: dalle chitarre a quelle che a prima vista sembrano delle scatole, fino a quando Sousa non ci si siede sopra e le suona come fossero dei bongo. Dall’interno della galleria la sua arte si è allargata alle mura esterne e al circondario, con quelli che definire semplicemente “murales” sarebbe denigratorio. Opere ispirate al mare, tema ricorrente, e alla gente di Capo Verde, con il risultato di far godere ai residenti e ai semplici passanti di un caleidoscopio di colori a cielo aperto. Davvero una gioia per gli occhi, che ci fa quasi dimenticare la temperatura da forno nella quale siamo avviluppati. Poi, per noi, è tempo di andare. Abbiamo un aereo da prendere e altre isole da vedere e da vivere. Capo Verde è durata in effetti solo qualche giorno ma sono stati giorni intensi, carichi di immagini, colori, suoni, profumi e sapori e non è mai nella durata, ma nella profondità, che si misurano le esperienze…

Ci si vede domani a Saõ Tomé

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