La scoperta del Caroni
È il 2004 quando completiamo i nostri tre anni di viaggi alla scoperta delle distillerie dei Caraibi, del centro e sud America recandoci a Trinidad. Dalle informazioni in mio possesso le uniche due distillerie ancora funzionanti a Trinidad sono Angostura e Caroni.
Il 9 dicembre atterriamo con il fotografo Fredi Marcarini all’aeroporto di Trinidad. Prendiamo un taxi per andare a visitare le due distillerie. Dopo aver visitato e fotografato regolarmente Angostura, arriviamo alla Caroni, di proprietà statale, situata a sud di Port of Spain, tra la capitale e l’aeroporto Piarco.
Quando arriviamo ai cancelli, mi chiedo se siamo nel posto giusto. Quello che ci troviamo davanti è uno spettacolo inaspettato. Gli edifici sono abbandonati, all’interno di un paesaggio alla Day After. Erba alta ricopre le rotaie su cui veniva trasportata la melassa alla distilleria, i rottami sono ovunque, la torre contenente le colonne di distillazione è diroccata e pende come la torre di Pisa.
Avvicinandomi al cancello vedo all’interno una donna, in lontananza, e cerco di attirare la sua attenzione chiamandola a voce molto alta. La donna mi sente, ci vede, si avvicina.
Prima di tutto le chiedo di confermarmi se siamo nel posto giusto. E lei lo conferma: sono proprio le distillerie Caroni.
«What happens?» le chiedo quindi.
«What happens?!» mi fa lei. «Don’t you know what happens?»
L’anno precedente, ci spiega, il governo ha chiuso la Caroni Sugar Factory, l’ultima in attività sull’isola, nazionalizzata negli anni Settanta. Sfiduciato, chiedo se per caso sia rimasto qualche barile ancora da imbottigliare. Ed è allora che la donna mi guarda, gesticola, e mi dice: «What?!» E poi: «Come with me!»
Entriamo e la seguiamo. Camminiamo tra macerie, rottami, pezzi di lamiera, spazzatura ed erba alta fino alle ginocchia. Arriviamo davanti a un grande magazzino. La donna apre le porte. E io non posso credere ai miei occhi.
Migliaia di botti sono accatastate nel magazzino. Incredulo, a quel punto le chiedo se si tratta solo della produzione dell’ultimo anno, cioè se le botti sono tutte del 2003.
«What?», mi ripete lei. «No-oh! Are 1983, 1984, 1985».
Sono senza parole. Mi trovo davanti a un vero tesoro dei Caraibi. Neanche in un sogno avrei potuto immaginare una scoperta del genere. Le chiedo se sono in possesso di tutti i documenti che certificano l’invecchiamento, e lei conferma. Le chiedo con chi posso parlare. E lei mi dice che il liquidatore della società è un certo Rudy Moore.
Acquisto subito i barili più vecchi, tutti quelli degli anni Ottanta, in particolare l’82, l’83, l’85, per un totale di un centinaio di barili.
Imbottiglio una serie di barili a 62%. Come bottiglia scelgo quella dei Demerara originali, lo stesso stampo che avevo realizzato riproducendo una vecchia bottiglia di whiskey di fine Ottocento trovato nella collezione di D’Ambrosio. Questa sarà però verde scuro, invece che marrone.
Decido anche di usare le immagini in bianco e nero scattate da Fredi Marcarini durante il viaggio, tra le quali anche un ritratto dello stesso Rudy Moore. È una scelta molto azzardata, dal momento che fino al 2004 nessun distillato è mai stato commercializzato con un’etichetta fotografica, e per di più a dei gradi alcolici così alti. Quando però lanciamo il Caroni, tutti i dubbi riguardanti etichette e grado alcolico vengono dissipati, grazie all’immediato successo dei primi imbottigliamenti.






























