Dietro le quinte con Papalin


16 marzo 2022

Un’intervista con Luca Gargano per scoprire il nuovo progetto Velier che omaggia l’autentica tradizione dei blenders: Papalin, “the tropical dependent bottler”

Cos'è il progetto Papalin?
L’idea nasce dal desiderio di ritornare alla storia del rum alla fine del 1800, quando i commercianti giamaicani cominciarono a realizzare i blend, ovvero degli assemblaggi di rum provenienti da diverse distillerie. Così per esempio Myers’s e John Wray Nephew, oltre a commercializzare i barili ed esportarli in Europa, producevano anche i loro blend, senza mai indicare quali fossero le diverse distillerie di provenienza. Poi, negli ultimi settant’anni, sono nate diverse marche di blend prodotti in Europa, come per esempio il Negrita, con gli assemblaggi realizzati da blenders europei. Dagli anni Settanta, poi, ogni distilleria ha iniziato a vendere il suo prodotto, per cui lentamente e gradualmente i blend tropicali sono scomparsi. A fronte di tutti questi cambiamenti, il progetto Papalin ha quindi l’intento di riprendere la tradizione più antica.

Quali sono le sue caratteristiche?
L’idea è quella di unire rum di una singola isola che siano stati totalmente prodotti e invecchiati presso le distillerie. La prima release che abbiamo creato è dedicata alla Giamaica, per cui si chiama Papalin Jamaica. Ai vecchi tempi - cioè quelli di Myers’s e di John Wray Nephew - le distillerie di provenienza non venivano indicate sulle etichette, anzi la formula era del tutto segreta. Io però non ho segreti, e quindi, anche se conservo la tradizione di non dare le indicazioni in etichetta, posso dire apertamente che questo primo blend è stato realizzato con Hampden e Worthy Park, entrambi con un invecchiamento di almeno 7 anni. Quella che tengo segreta è ovviamente la percentuale dei liquidi usati. 

Quindi Papalin Jamaica è il primo di una serie?
Mi piacerebbe farne un’edizione per ogni isola. Il prossimo che conto di realizzare è Papalin Haiti. Si tratterà sempre di creare ogni blend con dei prodotti originali, prevalentemente Pot Still ma non solo, perché chiaramente quando andrò in Martinica guarderò ai rum agricole. Le prossime edizioni dedicate alle altre isole, dopo la Giamaica, avranno sempre lo stesso nome e le stesse etichette, con la sola variante dei colori e naturalmente del nome dell’isola. Andremo solo laddove sarà possibile, perché per esempio in alcune isole non è così facile trovare delle distillerie disposte a cedere un liquido per realizzare un blend, e poi ci sono anche alcune isole che hanno una sola distilleria, come Saint Lucia. Si tratterà in ogni caso di creare dei prodotti che abbiano anche dei prezzi accessibili, così da dare la possibilità di assaggiare dei rum autentici, frutto del savoir-faire e della accurata selezione dei barili, alla ricerca di profili gustativi diversi… Oggi si tende sempre più alla mono-varietà: sappiamo che il blended whisky è considerato generalmente meno di un single malt. Ma il principio non è assoluto: c’è per esempio Compass Box che realizza dei blend di alta qualità per creare qualcosa di più complesso, che sia in grado di dare dei prodotti anche più completi da un punto di vista gustativo. 

Cosa si intende con “The tropical dependent bottler”?
Una volta Richard Seale mi ha definito un “dependent bottler”, nel senso che a differenza degli “independent” bottlers, io dipendo direttamente dalle distillerie. In effetti noi facciamo dei co-bottling: mi occupo quindi della scelta dei barili, del packaging, della scelta della gradazione, ma i rum sono prodotti originali, invecchiati e imbottigliati nella stessa distilleria, rigorosamente “tropical aging”; imbottigliamenti ufficiali dei quali è riservata la distribuzione ufficiale alla Velier. Per questo con Papalin parliamo di “tropical dependent bottler”: perché questo progetto rispetta gli stessi principi.

Come nasce il nome “Papalin”?
È lo stesso di un mio primo blend, che avevo realizzato nel 2012. Il nome me lo ero inventato partendo da una canzoncina che canticchiavo a mia figlia Emily, che è nata proprio in quel periodo. Il progetto in questo caso è un altro, e forse è un nome un po’ troppo spagnoleggiante, ma i miei soci hanno insistito per usarlo anche per questo nuovo progetto, e così ho accettato volentieri.

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