Antichi marmi e moderni cocktail bar

Sotto l’Acropoli Atene si sta rivelando da qualche anno a questa parte come una delle capitali del bere miscelato. Due locali nella World’s 50 Best Bars, altri tre nelle posizioni di rincalzo, sono solo la punta dell’iceberg di una città che ha poco da invidiare ormai a palcoscenici europei più celebrati storicamente come Londra e Parigi. Pronti per il mini tour?
La prima volta che ho messo piede in Grecia ero un giovane studente che aveva da poco concluso il primo biennio del liceo classico che, al tempo, era chiamato ginnasio. Ed ero totalmente imbevuto di letteratura e mitologia greca. Avevo letto nelle ore del primo pomeriggio tra l’orario della mensa e il rientro in aula studio tutta l’Iliade e tutta l’Odissea, avevo un debole per Gorgia e i sofisti, gente che a parole poteva convincerti di tutto e del suo contrario, mi erano simpatici gli dei, che si comportavano il più delle volte come degli esseri umani che avevano bevuto un bicchiere di troppo al bar, e consideravo un idiota Paride che poteva, con la sua mela d’oro, ottenere saggezza, ricchezza e potere e vi aveva rinunciato per una donna. Bella ovviamente, ma come potevano essercene mille altre.
Quando mio padre, quell’estate, si perse in qualche landa desolata del Peloponneso con il camper io, avvistato un contadino che conduceva un asino lungo la strada, mi ci ero fiondato per chiedergli indicazioni nelle poche parole di greco antico che masticavo. “Thalassa? Thalassa?”, gli avevo chiesto, come aveva scritto Senofonte nell’Anabasi, ma il vecchio non sembrava capire. Pronuncia sbagliata? Greco troppo antico anche per il vegliardo? Ripiegai sull’inglese chiedendogli in che direzione fosse il mare, e in inglese il vecchio mi rispose. A dire il vero lacerando un po’ il velo attraverso il quale avevo guardato alla Grecia fino a quel momento. Ma l’amore ha resistito e tutte le volte che capito ad Atene — ultimamente almeno una volta l’anno — il solo vedere il profilo del Partenone mi smuove ancora qualcosa dentro.

Atene è più di una città da visitare per i suoi monumenti e i suoi musei. È un simbolo, è il sacro Graal della cultura occidentale, la culla della democrazia. Ovvero, per dirla con le parole di Winston Churchill, “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, la madre di tutta la filosofia elaborata dall’uomo ed è una capitale che sembra scalpitare fin dalle prime ore del mattino, quando il mercato coperto inizia ad animarsi con i venditori che espongono le loro mercanzie.
Ci sono i macellai che stanno appendendo quarti di pecora ai ganci, pescivendoli che spruzzano acqua su tonni e orate per farli sembrare più “vivi”, bancarelle di frutta secca, olive ed erbe aromatiche.
Sgranocchiando una barretta di semi di sesamo e miele, è facile raggiungere Monastiraki, la cui piazza è il cuore pulsante della città, affollato di turisti che a bocca aperta si godono la vista sulle rovine dell’antica agorà romana, la biblioteca di Adriano e, immancabile, il profilo della rocca sul quale si staglia il Partenone.
Poco più in là c’è il mercato delle pulci, una fila interminabile di negozi che vendono paccottiglia e souvenir, orrende magliette e riproduzioni discutibili di vasi e statue greche. Già, perché Atene è città di contrasti. Da un lato, seminascosto, c’è il tempio dorico che meglio ha resistito ai secoli, consacrato a Efesto – che i romani chiamavano Vulcano –, il dio che forgiò le armi di Achille. Dall’altro lato, marciapiedi dissestati, edifici vuoti, e non si sa per quanto ancora in piedi.
La meraviglia si alterna alla perplessità nel giro a volte di poche decine di metri. Ed è così anche per quanto riguarda l’offerta gastronomica: insalata greca, gyros o souvlaki con patate fritte d’ordinanza e boccale di birra Mythos gelata ti vengono offerti ovunque, soprattutto nei punti più turistici della città o quelli con la vista migliore sull’Acropoli. Le taverne tradizionali, quelle dove vanno gli ateniesi, bisogna invece andarsele a cercare nei vicoli meno battuti. E l’ideale è avere un amico ateniese che ti ci porta.
Birre artigianali di giorno, cocktail la sera
A me questa fortuna è capitata grazie a Nicola Radisis, che da qualche anno a questa parte organizza i Greek Beer Awards, concorso birrario che celebra la rinascita dei piccoli birrifici artigianali, in crescita anche in Grecia sia sotto il profilo quantitativo sia sotto quello qualitativo.
È un compito non facile quello di Nicola perché, come spesso accade, le piccole realtà brassicole prestano poca attenzione agli strumenti di marketing e di comunicazione che un concorso nazionale può offrire ma, anche per questo motivo, ancora più encomiabile. Comunque la due giorni ateniese a base di birra è un’ottima vetrina per tastare il polso a un mercato, quello birrario, che appare in ascesa anno dopo anno. E se la birra artigianale può dirsi in ascesa, il mondo del bere miscelato ateniese è invece già ai piani alti della considerazione internazionale.
La classifica più autorevole, la World’s 50 Best Bars, ha da tempo messo nel mirino la capitale greca. L’ultima edizione, ovvero quella del 2024, piazza due locali ateniesi nelle prime cinquanta posizioni e altri tre tra la posizione cinquantuno e la cento. Nel complesso, meglio di Roma e di Milano.

Certo, la 50 Best Bars non è scevra da critiche e perplessità, ma sta di fatto che si tratta della principale cassa di risonanza del settore ed è praticamente impossibile non tenerne conto.
Come sia arrivata Atene sull’Olimpo — metafora praticamente obbligatoria in questo caso — delle grandi capitali del bere miscelato, non è semplice a dirsi. Più che altro perché le ragioni potrebbero essere più di una. L’avvento di una generazione di giovani bartender ateniesi dalla visione più internazionale o magari il successo dell’Athens Bar Show, che ogni anno macina numeri da record e guest internazionali a tutto spiano.
Il “summit” ateniese dello shaker è nato nel 2010, appena tre anni dopo Bar Convent Berlin — il “padre” di tutti i bar show europei — e da allora è cresciuto enormemente attraendo in città aziende e bartender da tutto il mondo. Il prossimo appuntamento è per il 4 e 5 novembre.
Che sia lui il volano di una realtà a dir poco sorprendente? Sia come sia, sta di fatto che non è solo la classifica, famosa e famigerata, dei 50 Best a dirlo, basta semplicemente prendere un volo e sbarcare in centro città per rendersi conto che, tra l’altro a distanza incredibilmente breve l’uno dall’altro, ci sono locali che farebbero invidia a qualsiasi altra capitale europea.
Barfly walking tour…
Iniziamo allora, per confessa leggera preferenza personale, dal Baba au Rum (Klitiou 6, babaaurum.com) che con tutta probabilità è stato anche la prima scintilla che avrebbe acceso il fuoco delle cocktail nights ateniesi.
Il Baba (World’s 50 Best n. 17) fin dal nome rivela una smisurata passione per il re dei distillati da canna da zucchero che si aggirano sulle circa quattrocento etichette messe a disposizione di un pubblico che dimostra ogni sera di apprezzare la tecnica dello staff guidato da Thanos Prunarus, l’ambiente molto raffinato ma allo stesso tempo informale, la musica d’ambiente e una cocktail list ricca di spunti caraibici tradizionali e di scuola tiki.
Il Mai Tai è proposto secondo la formula originale di Trader Vic, al secolo Victor Bergeron, uno dei “padri della patria” della miscelazione tiki, ma il rum può essere scelto passando da un Worthy Park a un Habitation Velier. Lo stesso Zombie, il cui creatore Donn Beach sembra si rifiutasse di servirne più di due allo stesso cliente, è invece proposto in due versioni: quello della casa e una versione a cinque stelle che si traduce in un blend di cinque diversi rum invecchiati.
Il Baba au Rum ha aperto i battenti una quindicina d’anni fa, il locale non è molto grande ma quasi tutte le volte che mi è capitato di varcarne la soglia l’ho trovato sempre piuttosto affollato. Vale la pena provare anche la loro versione del Negroni, ribattezzato Buccaneer’s Negroni, con il rum dominicano Brugal a sostituire il gin e delle note aggiuntive date dal liquore Muyu al vetiver. Oppure, se si va in orario da aperitivo e la serata si prospetta impegnativa, un Cubano Americano, dove l’incontro tra il bitter e il vermouth si arricchisce di una infusione di foglie di tabacco cubano e un’aggiunta di distillato di cioccolato homemade.
Locale bomboniera, ideale anche per un’esplorazione in solitaria, e perfetta base di partenza per una passeggiata serale che, in soli 230 metri (grazie Google Maps!) vi porta serenamente al The Clumsies (Praxitelous 30, theclumsies.gr), altra colonna portante sulla scena della mixology ateniese.
Il Clumsies (World’s 50 Best n. 60) ha aperto i battenti per la prima volta nel 2014 grazie a Vasilis Kyritsis e Nikos Bakoulis. Locale decisamente più ampio e capiente del Baba, è dominato dal bancone, e bottigliera alle sue spalle, più bello in città, e offre una drink list ad alto tasso di creatività ricorrendo a fermentazioni e preparazioni homemade di diverso tipo.
Il loro Mediterranean Gimlet, tanto per fare un esempio, prevede un London Dry gin mescolato a un cordiale alla “Greek salad”. Il Musa Fermentata, invece, include tra gli ingredienti la banana – fermentata, ovviamente – e il cioccolato bianco.
Ampio ricorso anche a produzioni locali: dalla Skinos Mastiha, il liquore ricavato dalla resina del lentisco che cresce sull’isola di Chios, presenta nel Bulla Fresca, che onestamente si potrebbe bere a caraffe, con vino frizzante, soda al fico e basilico al Kariki cheese, un formaggio da latte vaccino prodotto sull’isola di Tinos e fatto maturare nientemeno che in zucche, che fa capolino nel Tomato Solaris insieme a scotch whisky, melone, pomodori secchi e origano.
Insomma, se volete esplorare e sfidare il vostro palato il The Clumsies è il posto che fa per voi.
Ovviamente al Clumsies non manca nessun distillato degno di questo nome, inclusa tutta la famiglia di madre agave ma, essendo in modalità Velier Explorer e volendo approfondire lo spirito del Messico, in soli 120 metri, percorribili in appena un minuto a velocità normale e in poco più di dieci secondi a velocità Usain Bolt, ecco il Barro Negro (Ioannou Paparrigopoulou 15, barronegroathens.com), locale votato a tequila e mezcal.
Fondato nel 2019 da George Kavaklis e Stelios Papadopoulos, il Barro Negro dopo appena un anno di vita è presenza stabile nella World’s 50 Best (n. 68 nel 2024). Il nome è un voluto riferimento alla tipica ceramica di Oaxaca le cui origini si fanno risalire all’epoca pre-colombiana.
I due fondatori, insieme al loro team, non sono semplicemente degli ottimi bartender e, come si definiscono loro stessi, degli “ambasciatori del Paloma” — il rinfrescante drink tornato prepotentemente in auge negli ultimi anni — ma anche degli entusiasti propagatori di cultura messicana con la loro Academia de Barro Negro, “braccio” didattico per chi vuole non limitarsi a bere Margarita senza porsi almeno una domanda.
Bottigliera quindi ampia e rappresentativa anche di piccoli produttori artigianali e indipendenti che, di questi tempi, danno anche maggiore garanzia di qualità e autenticità.
Suggerimenti? Noi l’ultima volta che ci siamo stati abbiamo assaggiato diversi mezcal in purezza, perché così ci piace ma se non si vuole andare di superclassici provate l’originale Los Abuelos, che mescola tequila bianco, mezcal, lime, olio d’oliva e un liquore alle erbe.
Poi potrebbe pure essere finita qui, perché tre locali in una serata sola sono più che sufficienti. Eppure basterebbero solo altri sei minuti a piedi (450 metri) per trovare un altro hotspot della nightlife ateniese.
Un locale che in realtà è doppio come Giano Bifronte, la divinità minore dal doppio volto che guardava al passato e al futuro, o meglio un locale che ne custodisce un altro come una matrioska.

Stiamo parlando del The Bar in Front of the Bar (Petraki 1, thebarinfrontofthebar.gr) che a prima vista non sembrerebbe nemmeno questo granché, ma che va giudicato nel suo complesso, varcando la porta che conduce all’interno, dove si trova il suo “doppio”, ovvero il Rumble in the Jungle, chiaro omaggio all’incontro leggendario di boxe del 1974 tra George Foreman e Muhammad Alì (a Kinshasa, capitale dell’allora Zaire, dove vinse Alì, per la cronaca).
Se il The Bar (World’s 50 Best n. 51) è uno street bar nel vero senso del termine — tavolini all’esterno, banco bar sulla strada, scritte luminose che passano sullo schermo alle spalle del banco con un tocco d’ironia (“Serviamo anche esseri umani”) —, il Rumble offre in un ambiente vagamente “amazzonico” un servizio più sartoriale e intimista.
Si può decidere che fare in base al tempo e all’umore della serata. Ovviamente, se la serata è “Explorer” li si fa tutti e due: un cocktail classico ben fatto come un Negroni, ma con vermouth greco, sulla strada e qualcosa di più complesso, ai limiti qualche volta della provocazione, nel Rumble. Ma la drink list cambia praticamente di giorno in giorno con due parametri che restano fissi: la filosofia “zero waste” e il ricorso a ingredienti autoctoni. Come nel caso, al tempo della nostra visita, dell’Alì Bomaye, ovvero “Alì uccidilo”, il grido ripetuto all’infinito dai tifosi di Alì prima e durante l’incontro con Foreman, che prevede tra gli ingredienti, oltre al whisky, anche dei funghi porcini raccolti sulle montagne greche.
Una volta usciti dalla “giungla”, ci si può accorgere quasi con gioia che, per raggiungere l’ultima tappa di questo cocktail bar tour ateniese, si debba optare per un taxi o per la metropolitana.
Il Line (Agathodemonos 37, lineathens.gr) sia chiaro, non si trova nei sobborghi di Atene: con la metro sono meno di dieci fermate e meno di venti minuti, ergo il posto vale certamente il breve viaggio. Non solo per la sua posizione in classifica tra i 50 Best, allo sfavillante sesto posto, ma per il suo fascino “urban chic”.
Da fuori si presenta semplicemente con una porta verde, nessuna insegna ma due targhe 50 Best in evidenza. All’interno, spazi ampi e soffitti alti, il tutto arredato in modo minimalista, un lungo banco, decisamente più lungo della bottigliera alle sue spalle, con in un angolo una spina multipla sormontata da una Venere di Milo in versione pop art.
Il mistero su cosa fuoriesca dalle spine – Metaxa, Campari, whisky Naked Grouse, o cocktail già pronti – è rimasto tale. Impossibile scambiare due parole con lo staff, onestamente alle prese con una folla da “assalto ai forni” di manzoniana memoria.
I drink ordinati, però – un Martini cocktail, spesso banco di prova per ogni bartender, e un Southside con un piacevole twist di cetriolo e coriandolo – hanno rivelato che il team sa decisamente il fatto suo.
Il Line è creatura di Vasilis Kyritsis e Nikos Bakoulis, ovvero lo stesso duo che ha firmato il The Clumsies. La mano sulla creatività e sulla tecnica d’esecuzione si vede, il contesto è forse meno sartoriale, più grezzo rispetto al locale di Praxitelous 30. È più vivace, più rumoroso ma in compenso è meno frequentato da turisti, si può cenare e pertanto — sottile inquietudine per il misterioso impianto di spillatura a parte — il Line vale il costo della metro. E, crepi l’avarizia, anche di quello del taxi.
Le terrazze vista Acropoli
Ma adesso è il momento di gettarsi alle spalle il 50 Best Bars vademecum e ripiombare nella confortevole sindrome di Stendhal che la vista dell’Acropoli può regalare.
E cosa c’è di meglio che sorseggiare un Martini gelido osservando da una postazione privilegiata la casa della dea Atena Parthenos? Gli ateniesi lo sanno e in città si sono moltiplicate le terrazze “vista Partenone”. Molti alberghi hanno il loro rooftop bar e l’elenco potrebbe andare davvero troppo per le lunghe. Noi ne abbiamo scelti tre, tutti a due passi da piazza Monastiraki, basandoci su tre parametri: il più elegante, il più gastronomico e il più social.
Il primo è A for Athens (Miaouli 2, aforathens.com), ovvero la terrazza dell’omonimo hotel dallo spazio piuttosto contenuto, al banco ci si sta in quattro o cinque non di più, ma con una drink list davvero eccellente e la sensazione di poter allungare il braccio per accarezzare le scanalature delle colonne doriche che sorreggono il Partenone.
Non si sbaglia sui classici e si rimane intrigati dai signature che al momento della nostra visita erano tutti giocati sulla contrapposizione di sentimenti: paura e coraggio, speranza e realismo…
Tecniche avanzate, ingredienti elaborati, limitata ma interessante selezione di no alcol, tra i quali ne emerge uno in particolare con Roots Divino Bianco, vermouth analcolico con fresche note di rosmarino e di timo.
Nei paraggi si trova anche il Taratsa Athens Rooftop (Mitropoleus 60, taratsa-athens.gr): sempre legato all’omonimo hotel e sempre con spettacolare vista panoramica ma decisamente più concentrato sulla cucina, greca ma rivista in chiave più moderna, abbinata a cocktail di discreta fattura, come l’Afternoon in the island, al quale abbiamo pure perdonato il nome molto “Love Boat” per poter mettere alla prova la Skinos Mastiha con vodka, mela verde e finocchietto.

Entrambi i locali sono perfetti per un fine serata intimista o semplicemente più tranquillo e raccolto. Per nightlife, compagnia e rumori della città che vive ai vostri piedi invece vale la pena il 360° Cocktail Bar (Ifaistou 2, three-sixty.gr).
L’ingresso è seminascosto, l’ascensore è grande quanto una cabina telefonica d’altri tempi, ma la terrazza è open air, la vista ça va sans dire è a 360 gradi, l’Acropoli sempre ferma al suo posto e i cocktail tutti dedicati a località greche. Il nostro Siros con Amaro Santoni, bitter e acqua di rose è un long drink molto gradevole e non eccessivamente impegnativo. Locale easy perfetto per chiudere in bellezza la serata/nottata (venerdì e sabato il “prego, accomodatevi all’uscita” arriva alle 2.30). E il mattino dopo è un dovere provare a salire gli antichi scalini che portano in cima alla rocca ammirata nottetempo. Se le temperature lo permettono — e Atene può essere bollente d’estate — sarà una passeggiata di stupore. In caso contrario, sarà l’espiazione di tutti i peccati commessi la sera prima.












