Il whisky e le tasse, l’eterna lotta fra il bere e il male


di Marco Zucchetti 24 marzo 2025

Le accise, il contrabbando, le norme, il gettito. Perché da sempre gli alcolici sono sottoposti a imposte, ma non sempre le cose vanno lisce.

Dal 1 febbraio 2025, il governo laburista di Londra ha deciso di incrementare del 3,65% le tasse sull’alcol – già aumentate del 10,1% dai conservatori nell’agosto 2023 –, portando l’imposta ad almeno 12 sterline a bottiglia. Senza farla troppo lunga, la Scotch Whisky Association ha calcolato che ormai il 75% del costo di una bottiglia di Scotch venduta in UK è costituito da tasse.

Ora, siccome in tutto il mondo gli alcolici – e i superalcolici in particolare – sono oggetto di imposizione fiscale, vale la pena risalire alle radici di questo rapporto simbiotico e tempestoso fra gabelle e distillati. Che nasconde rivoluzioni e snodi storici, dalle Highlands all’America.

Le accise: una definizione (anzi, due)

Senza rievocare la famosa uscita dell’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, che le definì “bellissime” provocando una specie di sommossa popolare, le tasse da sempre dividono. Certo, senza tasse lo Stato – e forse neppure la società – non esisterebbe. Ma molto dipende dall’oggetto su cui gravano, da quanto pesano e da chi vengono pagate...

Quelle che colpiscono gli alcolici, andando a sommarsi all’IVA, si chiamano accise.

Sul sito del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, si legge una definizione:

«Il vocabolo “accisa” deriva dal termine latino accisus participio passato di accido-accidere, ovvero “cadere sopra”. Con le accise, infatti, lo Stato ‘cade sopra’ un determinato prodotto, prelevando un’imposta al momento della fabbricazione o del consumo del medesimo, nonché all’atto della sua importazione nel territorio dello Stato (…) Esso è applicabile a specifiche categorie di prodotti (prodotti energetici, tabacchi lavorati, bevande alcoliche) e grava sulla quantità anziché sul prezzo».

Però, per citare Nanni Moretti, «le parole sono importanti». E non tutti danno la stessa coloritura al termine.

Per esempio, sul Dictionary of English language, redatto da Samuel Johnson nel 1755, si trova invece una definizione un filo diversa di excise:

«Un'odiosa tassa imposta sui beni di consumo e concepita non da esperti di diritto commerciale, ma da miserabili a libro paga di coloro che ne ricevono i proventi».

Un approccio abbastanza differente che spiega bene perché questo genere di imposta sia stata alla base di infinite vicissitudini nel mondo anglosassone, storicamente e culturalmente improntato al liberalismo e al fastidio per ogni tassazione. Come diceva Churchill:

«Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando su il manico».

Dalle Crociate allo Scotch: secoli di tasse

L’alcol è tassato praticamente da sempre. O quanto meno è tassato fin da quando se ne trova traccia scritta. I Romani avevano una tassa dell’1% sulle vendite, anche del vino. Nel Medioevo le bevande alcoliche erano sottoposte a prelievi eccezionali per raccogliere fondi e finanziare le guerre e le Crociate.

In Italia risale al 1443 la prima testimonianza del pagamento di una gabella da parte del marchese di Saluzzo su una partita di acquavite di Barbera e Moscato.

In tutta Europa è nel XVI secolo, con la nascita degli Stati moderni, che i governi iniziano a ricorrere alla leva fiscale diffusa per far funzionare la sempre più costosa macchina burocratica (e militare). Le tasse sugli alcolici, relativamente semplici da riscuotere, svolgono il compito alla perfezione.

Nelle British Isles si ha traccia scritta del whisky dal 1 giugno 1494, quando lo Scacchiere di re Giacomo IV rilascia al frate John Cor dell’abazia di Lindores un’autorizzazione ad acquistare malto per distillare che viene considerata l’atto di nascita dello Scotch. Qui, dove nel 1608 la casa reale aveva rilasciato la prima licenza alla distilleria nordirlandese Bushmills, il termine excise – importato dall’olandese – viene ufficialmente usato per la prima volta nel gennaio 1644, quando il parlamento scozzese emana l’Excise Act, fissando una tassa di 2 scellini e 8 pence per la vendita di ogni “pinta scozzese” (o joug: 1696 ml) di whisky o altro distillato: «Everie pynt of aquavytie or strong watteris sold within the countrey».

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Sembra di sentirla pronunciare in glaswegian stretto…

L’imposizione del dazio assume una valenza politica nel 1707, quando il Treaty of Union sancisce l’unione fra Inghilterra e Scozia e crea di fatto la Gran Bretagna. Il Trattato istituisce lo Scottish Excise Board e uniforma le tariffe tra le due sponde del Vallo di Adriano. Il che – ovviamente – non solo dà fastidio economicamente agli scozzesi, ma diventa anche una questione di orgoglio nazionale ferito. È l’imposizione di una potenza nemica dominante. Evadere l’accisa diventa così un atto non solo di egoistico interesse personale, ma di più alto senso patriottico: una ribellione all’invasore.

Esattori e contrabbandieri, ovvero guardie e ladri

Ha così inizio l’era del contrabbando, dell’eterna lotta fra i distillatori clandestini e gli excisemen, gli esattori odiati e cantati anche dal poeta nazionale Robert Burns, che invoca perfino il diavolo per portarseli via («The devil came fiddlin’ through the town and danced away with the Exciseman»).

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Sin dall’unificazione, è subito chiaro che i distillatori di whisky scozzesi non intendono collaborare e che l’illegalità sarà difficile da estirpare lassù nelle Highlands. Distillare è un’attività dannatamente diffusa, le comunità proteggono chi produce acquavite di malto, perché l’acquavite di malto è spesso il centro dell’economia e della società. Per questo non solo i contadini si schierano coi distillatori, ma anche uomini di chiesa, latifondisti, nobili.

Nel tentativo di controllare il fenomeno, nel 1725 il governo introduce un nuovo balzello, la tassa sul malto. Serve a poco. Ci riprova negli anni ’80, alterna provvedimenti restrittivi a colpi di spugna. Nel 1814 l’Excise Act vieta ogni alambicco di capacità inferiore ai 500 galloni; nel 1816 lo Small Stills Act riduce la soglia minima a 40 galloni. C’è grande confusione sotto il cielo piovoso di Scozia.

La realtà è che – come ricostruiscono gli storici – a cavallo fra XVIII e XIX secolo la maggioranza del whisky prodotto e consumato in Scozia è illegale. Nel 1778, per fare un esempio, a Edimburgo ci sono 400 alambicchi clandestini. Quelli legali? Solo 8… La situazione va peggiorando fino al 1820, i casi di sequestri si moltiplicano. Un estenuante gioco di guardie e ladri che è anche un’infinita miniera di aneddoti.

Gli archeologi della distillazione – che periodicamente scovano bottiglie dimenticate negli antri delle prigioni o ingressi perduti ai brandy holes, le caverne in cui si stoccavano gli alcolici – hanno smontato il mito dei distillatori che partivano con i loro alambicchi per installarli in luoghi remotissimi irraggiungibili dai gaugers, ovvero gli esattori. In realtà gli alambicchi per tutto il periodo del contrabbando sono sempre a 20-30 minuti di cammino dai centri abitati, solo che vengono mimetizzati e nascosti. I cosiddetti sunken stills, gli alambicchi nascosti sott’acqua per evitare agli esattori di individuarli, non sono così comuni.

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Ci sono racconti di sacerdoti che custodiscono il whisky sotto l’altare, di bottiglie nascoste nelle bare. Il reverendo Andrew Burns di Glen Isla, invece, è passato alla storia per essere stato una vedetta efficientissima: abitava davanti alla locanda che ospitava gli esattori (ogni distilleria aveva l’obbligo di ospitare gli excisemen, oppure di pagare loro l’alloggio) e quando li vedeva arrivare, saliva a cavallo e iniziava a gironzolare salutando tutti con un verso biblico: Giudici, 16:20; «Sansone, i filistei ti sono addosso!».

Le tasse aguzzano l’ingegno. Ci si inventa di tutto in quello che Walter Scott definisce «un contrabbando universale per gente non abituata alle tasse, simbolo di un’ingiusta aggressione». Uno stratagemma sono i cosiddetti belly canteens: taniche di metallo da due galloni indossate dalle donne, che si fingono incinte e che così svolgono il ruolo di vere e proprie “staffette” dei contrabbandieri.

La caccia agli alambicchi, per i poveri esattori, non è semplice. Cercano soprattutto le colonne di fumo che indicano un fuoco acceso sotto un alambicco. Per questo spesso la distillazione avviene di notte, motivo per cui il whisky di contrabbando passa alla storia in America come moonshine: distillato al chiaro di luna.

Ad ogni modo, soprattutto le coste diventano veri e propri ricettacoli di distillatori e contrabbandieri. Di Smugglers’ Coast ce ne sono a bizzeffe: da quella del Berwickshire a quella del Kent cantata da Rudyard Kipling in una poesia («Five-and-twenty ponies, trotting through the dark. With brandy for the Parson and ‘baccy for the Clerk»). A Campbeltown, battuta dalle navi pattuglia del capitano James Fullerton, succedono avventure da romanzo. Nel cimitero di Kilmory, su Arran, ancora si può visitare la tomba di Isabell Nicoll e dei due McKinan padre e figlio, vittime di uno scontro a fuoco tra esattori e contrabbandieri avvenuto nel 1817.

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I casi di sangue non sono rari. Parecchi sono gli excisemen fatti sparire, rapiti, oppure minacciati. Anche perché, a essere onesti, gli stessi esattori non sono esattamente stinchi di santo, e spesso – oltre a esigere il dovuto – rubacchiano. Whisky, con la scusa di presunti “test”. Ma perfino guanti e stivali.

Forse l’episodio più crudo, insieme alla strage di Arran, avviene a Edimburgo nel 1736 e passa alla storia come Porteous riots. Si tratta di una serie di rivolte iniziate con l’impiccagione di due contrabbandieri e culminate con il linciaggio del capitano John Porteous, colpevole di aver fatto sparare sulla folla nelle fasi concitate successive all’esecuzione. Di sangue è lastricata la strada che porta alla legalità.

La svolta: l’Excise Act del 1823

La situazione in Scozia rimane tesa fino al 1820, quando si stima che ogni anno vengano confiscati 14mila alambicchi. Il governo di Londra, come sempre, alterna bastone e carota. Così, nel 1822 – anno in cui si registrano 6.278 denunce per distillazione illegale - vara l’Illicit Distillation Act, che rende un reato distillare, vendere e perfino bere whisky di contrabbando. Al contrario, nel 1823 arriva il provvedimento che cambia tutto e che dimostra come quasi mai aumentare le tariffe sia la soluzione al problema.

La nuova disposizione, che si deve soprattutto al colpo di genio del Duca di Gordon, un possidente terriero che ha ben chiare le potenzialità economiche del business legale anche e soprattutto per gli stessi nobili sui terreni dei quali si nascondevano i contrabbandieri, dimezza l’accisa a 2 scellini e 3 pence per gallone e fissa a 10 sterline la licenza, rendendo l’uscita dall’illegalità finalmente conveniente. Anche perché l’esportazione del whisky in Inghilterra viene liberalizzata e inizia a far gola.

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Il risultato è strabiliante: le distillerie ufficiali raddoppiano in un anno, quando ne vengono commissionate 79, e nel 1825 diventano addirittura 263; la produzione legale passa da due a sei milioni di galloni l’anno; parallelamente, si passa dai 14mila alambicchi illegali sequestrati del 1823 ai soli 6 del 1874. Proprio in quegli anni si aggiungono alla schiera delle distillerie ufficiali nomi storici dello Scotch, da Glenfarclas a Ben Nevis, da Talisker a Glendronach. Una menzione particolare la merita però Glenlivet, il cui fondatore George Smith finisce nel mirino degli altri produttori "irriducibili", che lo vedono come un traditore e lo minacciano di morte, tanto da costringere il Laird di Aberlour a regalargli due pistole calibro 62 per difesa personale...

A ogni modo, nonostante le ultime recrudescenze di orgoglio nazionalistico ferito, la rivoluzione è fatta. Le tasse e il whisky fanno pace, e lo Spirit Act del 1860, che legalizza il blending di distillati di malto e grano in un unico prodotto, sancendo la nascita del blended whisky, suggellerà ancor più profondamente quel connubio destinato a rendere lo Scotch il maggior export del Regno Unito, un business da 6 miliardi di sterline.

L’Irish whiskey e l’evasione come stile

Per molti versi, l’evoluzione della distillazione del whisky in Irlanda e Scozia segue lo stesso pattern. Stessa materia prima, stessa tecnica. Non è un caso che da sempre e per sempre si contendano la paternità dell’uisge beatha. Anche se, va detto, la prima occorrenza scritta dell’acquavite risale al 1304, quando Richard de Legrede, vescovo di Ossory, scrive nel Red book of Ossory la prima ricetta.

Comunque, anche in Irlanda il XVIII secolo è periodo in cui esplode il contrabbando di poitin (il termine per il moonshine irlandese), con il conseguente tentativo governativo di imporre una tassazione per finanziare le guerre. Al tempo, l’Irlanda è il primo produttore mondiale e ovviamente il fisco cerca di spolpare i distillatori in ogni modo: tassano la produzione, tassano gli alambicchi. Nel 1785 – parecchio prima che i Beatles cantassero «If you try to sit, I’ll tax your seat / If you get too cold, I'll tax the heat / If you take a walk, I'll tax your feet» - iniziano a tassare anche la materia prima, ovvero istituiscono la tassa sul malto.

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La reazione è molto semplice: gli irlandesi iniziano a utilizzare cereali non maltati. La maltazione è indispensabile per innescare la fermentazione che trasforma gli zuccheri in alcol, ma nessuno vieta di utilizzare una porzione non maltata di orzo, grano o segale. Sulla quale, legge alla mano, la nuova tassa non è dovuta.

Il risultato è così soddisfacente anche da un punto di vista gustativo che presto l’abitudine di usare cereali non maltati si diffonde. Il whiskey così prodotto è più speziato, con una texture del tutto particolare. Prende il nome di Irish pot still whiskey, e nel 1828 il 98,54% del whiskey prodotto in Irlanda è così. Per risparmiare, si è creato uno stile.

Altrettanto si può dire, tangenzialmente, del blended Irish whiskey. Perché l’inventore dell’alambicco a colonna, Aeneas Coffey, sviluppa il suo alambicco dopo 24 anni di onorata carriera da esattore. L’Irish whiskey attuale, in cui si trova pot still blendato con whiskey di grano distillato appunto a colonna Coffey, è quindi figlio più o meno legittimo della storia infinita fra distillazione e imposte.

La whiskey rebellion che ha fatto la storia d’America

L’ultimo capitolo storico che vale la pena raccontare prima di arrivare alla situazione odierna è quello dell’America, un altro Paese dove l’esattore delle tasse che viola la privacy del contribuente per sottrargli un obolo è visto come fumo negli occhi. Eppure anche dalle parti di Trump il whiskey è tassato. E lo è dagli anni immediatamente successivi all’indipendenza.

Siamo nel 1791 e le 13 ex colonie dei neonati Stati Uniti navigano in un inquietante mare di debiti, contratti durante la guerra d’indipendenza. Il segretario al Tesoro, Alexander Hamilton, decide che i dazi sulle merci straniere, che allora come oggi sono il primo obiettivo del fisco americano, sono già abbastanza alti. E introduce per la prima volta un’imposta su di un bene prodotto all’interno delle ex colonie: gli spiriti distillati, prodotto considerato “peccaminoso”.

La tassa colpisce in maniera particolare gli agricoltori della frontiera più occidentale della Pennsylvania, che per via dei costi eccessivi di trasporto dei cereali al mercato di Pittsburgh e Philadelphia preferiscono distillare la loro segale e il loro orzo, usando il whiskey come vera e propria valuta, considerando che spesso nelle zone di frontiera non arrivavano le monete.

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Senza scendere troppo in particolari, la cosiddetta whiskey tax (da 6 a 18 cent per gallone, obbligatorietà di registrazione per gli alambicchi) viene accolta malissimo soprattutto dai piccoli produttori artigianali e nella Pennsylvania occidentale nascono gruppi di resistenza anche armata agli ufficiali inviati dal governo federale a riscuotere i tributi. I quali vengono spesso malmenati, torturati e messi alla gogna in maniera particolare: il trattamento loro riservato è il tarring and feathering, ovvero pece e piume. I poveri ufficiali federali, come per esempio Robert Johnson, vengono immersi nel catrame e cosparsi di piume d’uccello. Altro che gli insulti social di oggi…

Gli incidenti si susseguono e la tensione crescente esplode nel 1794, seguendo il copione delle rivolte allo Stamp Act del 1765 che storicamente è annoverato fra gli inneschi della guerra d’indipendenza. Alla Miller Farm un rivoltoso travestito da donna sfregia un esattore. La risposta di George Washington e del segretario del Tesoro Alexander Hamilton è netta quanto sproporzionata: vengono mandati 13mila uomini, che non sparano neanche un colpo. L’operazione porta a venti arresti. Abbastanza per sancire il diritto del neonato Stato americano di tassare la produzione dei propri cittadini.

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La tassa viene poi cancellata dal repubblicano Thomas Jefferson, che diventa presidente nel 1801, ma la storia è segnata: il whiskey, sangue più autentico dell’America, continuerà a essere tassato e demonizzato – per esempio nel Proibizionismo – e la Whiskey Rebellion entra nel mito, con tanto di festival che dal 2011 si tiene in Pennsylvania, dove si finisce sempre per incatramare un esattore come rievocazione storica.

Le accise oggi: un quadro

Il quadro più completo a livello mondiale lo fornisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità in un report intitolato Global report on the use of alcohol taxes 2023, in cui ovviamente si cerca di spingere i governi a incrementare le tasse sui prodotti nocivi per la salute, come l’alcol.

I dati, aggiornati al 2022, dicono che nel mondo 148 Paesi tassano almeno un genere di alcolici (per esempio, il vino è esente da accise in almeno 22 Paesi). Fra chi non lo fa, la stragrande maggioranza è rappresentata da Paesi islamici in cui l’alcol è vietato o del tutto illegale. Lo Zimbabwe e l’Irak sono gli unici a non applicare accisa alla birra, Cuba e l’Irak gli unici a non applicarle agli spiriti. Se non fosse uno dei Paesi più pericolosi al mondo, verrebbe voglia di aprire un bar in Irak…

Scherzi a parte, e senza entrare in sottigliezze da fiscalisti, l’accisa si applica su diverse basi: o ad valorem, cioè sul prezzo del prodotto, o sui volumi, o sulla gradazione alcolica. La prima è la prediletta in Africa e America, la seconda si applica soprattutto per la birra, la terza è la preferita nei Paesi ad alto gettito. Alcuni scelgono delle soluzioni miste.

In Italia, le aliquote delle accise – che sono dovute solo al momento dell’immissione in consumo e non alla produzione - sono diverse a seconda delle categorie di prodotto. Per i superalcolici, definizione puramente fiscale per bevande con gradazione superiore a 21%, oggi l’accisa è di 1035,52 euro per ettolitro anidro di alcol etilico: circa 10 euro a litro di alcol, quindi poco meno di 3 euro per una bottiglia da 70 cl di distillato a 40%.

Nel quadro europeo, dove si va dai 562 euro a ettolitro della Bulgaria ai 5174 della Svezia, siamo nella fascia di tassazione bassa, ma è impressionante l’evoluzione dell’accisa negli ultimi decenni. Nel 1960, come riporta Fulvio Piccinino in un interessante articolo sulle curiosità della tassazione degli alcolici in Italia, la tassa era di 40mila lire.

All’accisa, come già detto, va sommata l’IVA, che si applica anche alla stessa accisa, e la cosiddetta “fascetta”. Il sigillo anti-frode è obbligatorio dal 1933, quando fu istituito da un Regio Decreto; nel 1946 si passa al Bollino UTIF (Ufficio Tecnico Imposte di Fabbricazione), che nel 1949 diventa una placca metallica chiamata “Sigillo Stella” e finalmente, nel 1952, il sigillo di filigrana su carta moneta che ancora si usa oggi. E che costa 47 centesimi.

Una conclusione e una domanda

Il clima culturale, soprattutto in Occidente, è chiaro: sempre più volentieri gli Stati scelgono di aumentare le cosiddette sin taxes, ovvero le imposte su prodotti considerati viziosi e insalubri (tabacco, alcolici, zuccheri…). Se da un lato la motivazione sanitaria ha le sue ragioni, il sospetto più che fondato è che questa sia la strada più facile per fare cassa. Secondo il principio che si tassa quel che non si dovrebbe consumare, non ciò che è indispensabile, le accise sugli alcolici sono “moralmente più accettabili” dell’Irpef che grava sugli stipendi, per dire.

Il problema è che il caso britannico dimostra come in realtà innalzare le aliquote a dismisura scoraggia i consumi, ma finisce per danneggiare anche le casse pubbliche. Secondo i dati dell’HMRC, il Tesoro del Regno Unito ha perso circa 500mila sterline al giorno di gettito da quando ha aumentato del 10% le accise sugli spiriti.

Cosa che avevano capito a inizio Ottocento, ma che oggi fatica a entrare in testa ai governanti.