La rivelazione del Clairin


di Luca Gargano 2012

Nel 2012, dopo tanti anni passati a pensare di farlo, vado in modo ufficiale ad Haiti, insieme a Daniele Biondi, Jiri Rabel e Jakub Janecek della UPB. La prima tappa è l’Île-à-Vache. Per via del traffico congestionato, anche a causa dei danni enormi del terremoto, ci consigliano di uscire dalla città alle 5.00 del mattino.

Il paesaggio è devastato: grovigli di automobili, caos. Dopo una trentina di chilometri si arriva a Léogâne, che era stato l’epicentro del terremoto. Dove non esistono costruzioni che possano essere state distrutte, il paesaggio diventa quello incontaminato del paese tropicale, una cosa spettacolare.

E lì, all’alba, mentre siamo ancora su una delle due uniche strade asfaltate che attraversano l’intera isola, vediamo avanzare davanti a noi due tori, che trainano un carro carico di canna da zucchero.

Ovviamente decidiamo di seguire il carro che, proprio davanti a noi, gira e attraversa un cancello aperto. Dentro c’è una piccolissima distilleria rudimentale, con la gente che prende sottobraccio i mazzi di canna e poi li mette in un piccolo mulino basico. Il succo viene poi messo in tini di fermentazione di legno; vedo un piccolo alambicco rudimentale, polli che saltano da un tino all’altro. Chiediamo informazioni su questo rum che stanno facendo, ma ci rispondono che quello non è rum, è “clairin”.

C’erano in giro delle voci, vaghe informazioni su questo “clairin”, ma non si sapeva esattamente cosa fosse. Adesso, vedendolo, mi dico che è chiaramente un rhum agricole. Ma loro insistono: no, dicono, è “clairin”. La piccola distilleria è di proprietà di madame Girat, e il “master distiller” è un vecchio signore sui 70 anni che a quel punto mi offre un assaggio. Ma io, che ho pur mangiato piranha, scimmie, cani, e ho dormito senza alcun riparo nelle lande desolate del Turkana Lake, sono diffidente e rifiuto cordialmente di assaggiare questo distillato di cui non so ancora molto.

Riprendiamo quindi nostro viaggio. Quando torniamo all’Abaka Bay, io ho con me la mia bottiglia di Rhum Rhum per farmi il Ti’ Punch. Nel vedermi mi offrono il Barbarcourt, ma io spiego che preferisco il mio rum agricole. E così ci offrono di assaggiare un’altra cosa. Ci portano questa bottiglia senza etichetta, piena di un distillato bianco. Lo assaggiamo. È un rum agricole bianco straordinario. Chiediamo cosa sia e ci dicono che questo è il “clairin”.

E così lo scopriamo. Capiremo che qui identificano la parola “rum” solo con il rum invecchiato e quindi con il Barbancourt, mentre “clarin” è il nome che danno al loro rum agricole bianco “moonshine”, o comunque prodotto sull’isola da piccole distillerie e destinato solo al commercio interno. 

Immediatamente chiediamo chi produca questo rum che abbiamo assaggiato. E così inizia la nostra conoscenza dei produttori di Clairin, a cominciare da Michel Sajous a Saint Michel de L’Attalaye, per continuare con Cavaillon dove conosciamo Fritz Vaval. Dopodiché, in più viaggi ripetuti, esploriamo praticamente tutto il paese. Non essendoci nessuna informazione ufficiale sul Clairin, né dati, né un elenco di produttori, tra il 2012 e il 2013 io e Daniele Biondi ci muoviamo seguendo il passaparola, in cerca dei campi di canna da zucchero e quindi delle distillerie.

Scopriamo che ad Haiti ci sono 532 alambicchi funzionanti, quando in tutti i Caraibi ci sono solo 42 distillerie ancora fumanti. In tutta l’isola esistono distillerie molto primitive, addirittura con piccoli mulini di legno verticali messi in funzione dai tori, una tecnologia talmente antica che perfino da Cuba è sparita già nel 1750.