Alla ricerca dell'autenticità

Dopo undici mesi esatti dall’ultima volta, torno finalmente a fare un viaggio intercontinentale. Destinazione: Haiti.
I miei obiettivi sono diversi. Uno di questi è verificare il nuovo piccolo alambicco a legna di Müller, appena arrivato ad Haiti e da installare a Saint-Michel-de-l'Attalaye. Un altro obiettivo è degustare i Providence per capirne l’evoluzione, come anche il Sajous in invecchiamento nelle botti Lustau. Terzo obiettivo è recarmi finalmente dopo tanti anni nella zona più a ovest di Haiti, la regione di Jérémie, nel dipartimento di Grand'Anse, dove avevo visto diverse guildive che distillano Clairin. L’idea è selezionarne uno.
Giorno 1 La partenza
Arrivare ad Haiti quest’anno è più complicato del solito.
Non c’è più la connessione aerea Parigi – Pointe-à-Pitre – Port-au-Prince dell’Air France. Ci arriverò quindi via Madrid – Santo Domingo, per poi prendere un volo privato. Gli aeroporti sono semi deserti, i voli in orario. Alle dieci di sera locali arrivo a Santo Domingo. Da lì, un rapido viaggio in taxi ci porta in albergo. Con me c’è Stefano Vanelli, amico e agente della Velier che mi ha seguito in molti viaggi.
Prima di dormire chiacchieriamo nel giardinetto interno dell’albergo, circondati dalle palme, sorseggiando una birra Presidente.
Giorno 2 L'arrivo ad Haiti
Haiti, Port-au-Prince e i primi assaggi di Providence
Sveglia con jet lag. La colazione offerta dall’albergo è solo American style, quindi per me è impossibile mangiare qualcosa. Alle 7,30 arriviamo puntuali all’aeroporto privato di Servair. Tutto è pronto per il decollo. Per il volo Citation ritrovo il comandante e il secondo pilota che conosco da tempo. La giornata è limpida e fresca. Il volo dura 47 minuti. E finalmente eccoci ad Haiti. Herbert Linge viene a prenderci in aeroporto. Dopo le rapide operazioni all’Immigration, partiamo in auto verso la nostra destinazione.
Haiti è identica a come l’ho lasciata. Nulla è cambiato. Entrare nel nostro compound dopo 11 mesi è come tornare a casa: ritrovo il nostro magazzino, la piccola distilleria, le anatre, i tacchini che razzolano liberi… Vedo per la prima volta il nuovo piccolo alambicco di 330 litri di Müller alimentato con fuoco a legna. La settimana prossima partirà per Saint-Michel-de-l'Attalaye, diretto da Sajous, e così potremmo fare la prima distillazione dalla fermentazione di puro succo di canna, che poi riporteremo a Port-au-Prince. In questo modo avremo due Providence bianchi; un agricole puro, con fermentazione con lieviti selvaggi di puro succo di canne Cristalline; e il Dunder & Syrup, che invece continueremo a produrre al 100% a Port-au-Prince.
Dopo aver finalmente visto i barili di Providence con il nostro marchio, cominciamo a degustare quelli che sono passati nei fusti nuovi. Il mio obiettivo è avere un Providence ex-Providence, invecchiato cioè in barili che hanno contenuto solo Providence. Abbiamo già in attività 40 barili nuovi, dove abbiamo cominciato a invecchiare il nostro Providence, prima lasciandolo un mese, per poi spostarlo in un barile già usato, poi per due mesi, e così via, a crescere. Ora siamo nella terza fase, con i Providence bianchi che stanno già da 4 mesi nel nuovo barile. Assaggiamo i campioni. Mi sembra che si comportino bene. Ma avremo tempo sabato, al ritorno dal nostro viaggio nel dipartimento di Grand’Anse, per fare una degustazione più seria.
Arriva a trovarci anche Michel Sajous, in splendida forma. Insieme a lui assaggiamo i campioni del suo rum che stanno invecchiando nelle botti di Lustau Oloroso.
Il barile numero 4 è stupendo, tanto da mettermi quasi in difficoltà, perché meriterebbe un single cask, anche se questo farebbe più persone scontente che contente.
Come sempre pranziamo ottimamente, ospiti della famiglia Linge: mais moulu, griot di maiale, pikliz, riso e pois rouge, avocado e caffè. Dopodiché andiamo a vedere il nostro negozio in allestimento, che aprirà il mese prossimo. E poi al Karibe. Il jet lag ci colpisce nel pomeriggio. Resistiamo fino alle 18 per mangiare un lambi grillé e poi andiamo a dormire.
Giorno 3 Da Port-au-Prince all’Île-à-Vache
Sveglia alle 5,30. Partiamo per l’Île-à-Vache. Una domenica di relax.
Attraversiamo una Port-au-Prince già in piena attività, sgranocchiando le buonissime bananine fritte Ayombé, avvistando come sempre tip-tap con scritte inneggianti a Gesù. Ai bordi della strada ci sono mercati ricchi di frutta, verdura e animali. Lungo il tragitto gli sguardi si incrociano: «bonjù!», una mano alzata, un pollice in su, tanti sorrisi. In un’ora di viaggio ci scambiamo mediamente un centinaio di gesti positivi tra esseri umani che non si conoscono. Haiti è piena di gente che ride, basta un niente.
Dopo Grand-Goâve usciamo dalla strada principale, prendiamo uno sterrato che porta al mare e arriviamo a un piccolo ristorantino a Village Taino conosciuto da poche persone, con soli tre tavoli, a pochi passi da una spiaggia di sabbia bianca. Ci godiamo un lungo momento di relax all’aperto, mangiando e parlando con i nostri amici, sotto una struttura vegetale, pieds dans l’eau, gustando ottimi piatti della cucina haitiana tradizionale: uova bollite, mais moulu a grana grossa con un colombo de poisson, succo di chadèque – il pompelmo haitiano –, e caffè filtrato nel classico tessuto.
Partiamo con calma dopo, e arriviamo a Caye in ritardo. Il catamarano è lì che ci aspetta, insieme a tutti i nostri amici che ci salutano sul molo, prima di imbarcarci per andare all’Île-à-Vache.
La traversata dura trenta minuti ed ecco finalmente davanti a noi la mitica spiaggia di Abaka Bay.
Ci siamo solo noi. Dopo un altro mais moulu e un pesce fritto, decido di andare a piedi alla Hatte, una bellissima spiaggia incontaminata. Per arrivarci devo seguire la morne dell’Abaka Bay. È un anno che praticamente non cammino e ho le gambe di pietra. In lontananza le onde si infrangono sulla battigia, nel silenzio totale. Un bagno nella natura. Al ritorno mangiamo lambi in umido, un grandissimo piatto della cucina dell’Île-à-Vache, e capretto locale. Quindi, con Herbert, facciamo una riunione strategica al tramonto sulla spiaggia, davanti al mare limpido. Parliamo del futuro della distilleria, degli imbottigliamenti di Clairin e di molte altre cose.

Giorno 4 Da Port-au-Prince all’Île-à-Vache
Di nuovo sveglia alle 5,30. Cammino sulla spiaggia fino alla grotta, prima di colazione, che sarà a base di mais moulu e morue sèche, con un buonissimo succo di grenadine. Quindi facciamo un’altra riunione con Herbert, sulla spiaggia, per programmare l’imbottigliamento del Clairin 2021. Parlo con lui anche del mio sogno di avere un piccolo alambicco su barca, per trasformare tutti i rhum agricoles di Martinica e Guadalupa in Pure Single Agricole Rhums!
Un sogno?
Vedremo.
La giornata di oggi è dedicata alla visita di una grande isola: Grosse Caye. In barca passiamo davanti a Caye-à-l'Eau, ci fermiamo cinque minuti all'Île des Amoureux e poi traversiamo sino a Caye Karamié. I velieri verdi e arancioni sono ormeggiati sulla spiaggia. Tutti pescano ancora senza motore.
Compriamo 15 libbre di aragoste e 5 grossi lambi. Chiediamo di farli «boucanné». Mentre cucinano, andiamo a Grosse Caye. È l'isola più grande dopo l'Île-à-Vache, davanti ad Aquin. Bella, montagnosa, con spiagge intonse e zone di mangrovia. Su queste isole vivono praticamente solo pescatori in capanne vegetali.
Torniamo a Karamié.
Le aragoste e i lambi sono pronti.
Intoniamo «Haiti! Haiti! Haiti n. 1!»
Tutti cominciano a gridarlo.
L'atmosfera si accende.
Poi Kompa! Ballo un po', tra le risate, immerso nella bella atmosfera.
Ritorniamo scottati dal sole. Mangiamo nella veranda sul mare: lambi in umido, thazard e gratin di patate douce con succo di grenadine.
Giorno 5 Nella zona di Jérémie
A caccia di guildive.
Oggi è il giorno della ricerca del Clairin nella zona di Jérémie.
Nel 2014 avevo fatto un viaggio di esplorazione in questa zona che si trova sulla parte ovest di Haiti, ma senza avere il tempo di fermarmi nelle guildive che avevo avvistato. E quindi spero di trovarle ora. Partiamo dall’Île-à-Vache verso le 8,30. Sul pontile di Cayes salutiamo i nostri amici. Recuperiamo la Mitsubishi, ma scopriamo che ha una gomma sgonfia. Per cui: check haitiano davanti alla magnifica Pharmacie Moderne, per vedere se la gomma è bucata o solo da rigonfiare. Per fortuna non è bucata. Intanto compriamo al mercato piccoli citron vert da regalare a Capovilla, dal momento che, specie dopo la malattia dei citron vert a Marie Galante, siamo sicuri che saranno graditi.
La strada Cayes-Camp Perrin-Jérémie è stata asfaltata e ci toglie un piacere. Ma comunque ci permette di arrivare prima.
Quando arriviamo a Place Charmant, l’albergo sulle colline che domina Jérémie, ho una discussione con la moglie americana del proprietario e così decidiamo di non fermarci lì a dormire. Partiremo immediatamente, per percorrere la valle del fiume Grand'Anse che da Jérémie arriva a Dame-Marie, sulla costa ovest, dove ci metteremo a cercare il Clairin. Decideremo dopo dove andare a dormire, sperando di trovare un posto a Dame-Marie.
Finalmente la strada è uno sterrato. Costeggia il fiume che scorre placido, le sue sponde sono coltivate con agricoltura naturale d’altri tempi, arate dai tori, con diserbo a mano. Le colline che lo circondano sono ricche di foreste tropicali. È uno dei paesaggi più belli di Haiti.
Dopo pochi chilometri vediamo la prima canna da zucchero e sentiamo il classico profumo che anticipa l'arrivo a una guildive.
Ci fermiamo entusiasti. La prima che visitiamo è Kay Abel: una classica guildive artigianale haitiana dotata di mulino basico, chaudière per la produzione dello sciroppo, tini di fermentazione in legno o plastica, classico alambicco haitiano alimentato con fuoco a legna o bagasse e piccola colonna a 2/3/4 piatti.
La guildive è chiusa a chiave. Arriva il master distiller, ci accoglie, comincia a spiegarci il processo di produzione. Mentre lo sto a sentire, però, Stefano mi riferisce che curiosando ha visto un pallet di sacchi di zucchero!
Chiedo: «Ma allo sciroppo aggiungete zucchero?»
Risposta: «Sì, se necessario».
Per cui, scappiamo.
Ma poi, purtroppo, scopriamo che anche altre due guildive usano lo zucchero.
Dopo il ciclone Matthieu nel 2016, evidentemente hanno pensato di sopperire alla crisi in questo modo.
Scoraggiato e deluso, chiedo a uno dei produttori se esista ancora una guildive che produca il Clairin senza aggiungere zucchero.
Gli haitiani sono sempre molto sinceri nelle risposte, anche quando – come in questo caso – possono favorire la concorrenza. E quindi ci indicano l’ultimo distillatore che visiteremo.
Arriviamo così da Francine e Dorselice Germain, due anziani coniugi che hanno praticamente la guildive in casa, tra cavalli, muli, pulcini, colombi.
Lui se ne sta seduto a dar da mangiare ai pulcini e non parla. Parliamo quindi con la moglie, che è di fatto la master distiller.
Hanno un mulino più in basso, che lavora anche per altri agricoltori, ma sono due anni che non distillano la propria canna da zucchero. Forse lo faranno quest’anno a marzo. Non hanno nemmeno un cellulare. Quindi rimaniamo d’accordo che ci sentiremo tramite il nipote Riccardo.
Ripartiamo con l’amaro in bocca. Erano diversi anni che sognavo di esplorare questa regione con il desiderio di trovare autentiche guildives che producessero vero Clairin, e il risultato è tutto qui?
Arriviamo a Dame-Marie poco prima del tramonto. Trovare un posto per dormire è veramente complicato. Alla fine riusciamo a trovare tre camere molto basiche in un edificio ancora in costruzione.
Dame-Marie è il Far West:
letteralmente l’estremo ovest dell’isola.
Andiamo a mangiare in una bettola alla Indiana Jones: un tavolo di plastica, una tettoia di cemento, un barbecue. Mangiamo un laké boucanère e conosciamo Jeanlor, presidente dell'associazione dei pescatori dei villaggi della costa ovest, ed è lui a darci una pessima notizia: è impossibile percorrere la pista verso Tiburon/Port Saint/Cayes.
L'avevo percorsa in senso inverso nel 2015 ed era veramente pericolosa, ma dopo il ciclone Mathieu è assolutamente impercorribile.
Veramente una giornata negativa: tra signora americana, la delusione dei Clairin, e adesso questa notizia. Dovremo tornare indietro via Jérémie/Camp Perrin/Cayes.
Decido comunque di andare a sud l’indomani, fino a Carcasse, l'ultimo villaggetto prima dell'interruzione. È il punto più distante da Port-au-Prince e né Stefano né Herbert conoscono questo pezzo di costa, per me la più bella di Haiti. Mi dispiacerebbe non farla scoprire ai miei amici.
Jeanlor conosce il presidente dei pescatori di Carcasse, Agnons Ellassaint, che ci preparerà un pranzetto quando arriveremo a Carcasse.
Giorno 6 Da Anse-d’Hainault a Carcasse
La guildive Kann de Moulin e il Clairin di Mandou
Siamo pronti alle 7.00 per andare a Carcasse. Facciamo colazione con cioccolato locale, omelette di uova vere e banane. Ma subito scopriamo che la gomma che già si era sgonfiata a Cayes è bucata. Perdiamo quindi un'ora per la riparazione. Dopodiché finalmente si parte: cominciamo a scendere sulla costa ovest. Dopo Anse-d'Hainault mi fermo a fotografare le tipiche nasse da pesca haitiane, intrecciate ancora come si faceva anticamente. Gli artigiani ci urlano addosso chiedendo soldi per le foto. E allora decido di comprare una nasse, che regalerò poi ad Agnos.
Quando la nostra Mitsubishi passa tra la gente, tutti ci guardano sorpresi: cosa ci fanno dei bianchi con una grande nassa montata chissà in che modo sul tetto della macchina? Dopo Anse-d'Hainault, il paesaggio è magnifico. Si sale sulle mornes ricoperte dall'esuberante vegetazione tropicale e si scende nelle anse sul mare. Dopo Découverte, la strada rientra all'interno. Sul bordo della strada una signora vende qualcosa in bottiglia. Mi fermo pensando inizialmente che sia Clairin, ma la donna mi sorprende: «È benzina!» mi dice.
Però lì accanto ci sono anche delle canne da zucchero in vendita. Non pensavo ci fosse canna sulla costa ovest. Le chiedo se ci sono guildive.
«Sì, ce n'è una», mi dice.
Fantastico! Non ci avrei mai scommesso. Mi faccio indicare la strada e ci andiamo diretti.
Arriviamo alla guildive.
È di proprietà di Alphonse Romelus Auburg, che attualmente vive negli Stati Uniti. Fondata nel 1997. Da questa data è gestita da Dukaine Chérie, un signore molto gentile. L'impianto è quello classico della guildive: una chaudière per produrre lo sciroppo, fermentazione di 4/5 giorni in tini in legno/plastica e classico alambicco haitiano.
Possiedono dieci carreaux di canna limitrofi alla guildive. E non aggiungono zucchero. La guildive si chiama Kann de Moulin. Andiamo a visitare i campi di canna. Le varietà utilizzate sono Pwel Maman, POJ, Pitinì e un’altra di cui non ricordo il nome. Appena tagliata la canna, i bovini entrano in campo a concimare naturalmente. L’impressione è ottima. Degustiamo il Clairin ed è buonissimo. Prendiamo un campione per le analisi.
Guarda un po' il destino!
Non c'era una ragione logica per scendere un'ora e mezzo e risalire, ma grazie a questo abbiamo scoperto il Clairin che non avevamo trovato a Jérémie.
Arriviamo finalmente a Carcasse, un paesino incastonato nella baia omonima. The last stop. È oggi il luogo più distante da raggiungere da Port-au-Prince.
La moglie di Agnos ci prepara un thazard appena pescato con le ground provisions. Gli regaliamo la nasse. Mangiamo, ci rilassiamo e andiamo sulla spiaggia. La bellissima chiesa costruita sulla sabbia, la cui vista mi aveva emozionato nel 2013, è stata distrutta dal ciclone Matthieu. Andiamo sulla morne verso Tiburon per vedere con i nostri occhi la pista non praticabile.
E sì, è assolutamente impraticabile.
Adesso però sono già le 15.00 e non sappiamo dove andare, e soprattutto dove dormire. Pensiamo di fare una lunga tirata fino a Cayes chiedendo all'Abaka Bay se possono venirci a prendere con il catamarano nella notte. Ci danno l'ok. Per cui cominciamo il lungo viaggio. Risaliamo sino a Dame-Marie, poi la valle della Grand’Anse e raggiungiamo Jérémie quando è già buio. Un breve pit-stop alla Patisserie Simone per comprare le “comparette”, il dolce tipico di Jérémie, e poi si riparte verso Cayes.
Arriviamo al molo verso le 11.00. Il catamarano ci aspetta. Inaspettatamente siamo di nuovo all'Île-à-Vache. Luna piena! I'm happy!
Giorno 7 Mi viene un’idea…
Riportare il rum all'Île-à-Vache
Mi sveglio di nuovo prima dell’alba, alle 5.30. Sulla veranda della mia camera mi godo la luna piena e la scoperta del Clairin a Mandou. E così, come un fulmine a ciel sereno mi viene un’idea che scrivo sul mio diario.
L’idea è di creare una cooperativa tra i miei amici dell'Île-à-Vache, che conosco ormai da dieci anni, e comprare dei terreni agricoli sull’isola da dare in concessione alla cooperativa, per installare un piccolo mulino, un alambicco a legna come quello che stiamo mettendo a Saint-Michel-de-l'Attalaye, con 8 cuve di fermentazione in legno. La distilleria farebbe un contratto con la cooperativa, a un prezzo prestabilito al gallone, per ritirare il distillato di prima cotta.
In questo modo può ritornare a essere prodotto un rum dell’isola, nella storica base logistica di Capitan Morgan.
Aspetto che arrivino le 7.30 del mattino per parlarne a Herbert e ai ragazzi. Lo faccio appena li vedo. E alle 10.00 siamo già a caccia di terreni all'Île-à-Vache.
Siamo una comitiva decisamente eterogenea, io, Herbert, Vanelli e 8 giovani abitanti dell’isola. L’isola è magnifica: collinosa, con una vegetazione stupenda, un’agricoltura di sussistenza fatta ancora in sinergia con gli animali. Ogni tanto sembra di essere in un paradiso terrestre, e mai più lontano di un chilometro da spiagge completamente incontaminate, cosa ormai rara anche ai Caraibi.
Troviamo il primo terreno non lontano da La Hatte. Incontriamo il proprietario, uno smilzo settantenne che ci accoglie a torso nudo. La sua prima richiesta è di ben 250.000 dollari, perché sicuramente pensa che vogliamo farci una villa. Ma andandocene ci accordiamo per 30.000 dollari, un prezzo comunque alto per un terreno agricolo.
Così affittiamo delle moto e continuiamo con le nostre ricerche. Facciamo delle riunioni in spiaggia, gasatissimi.
Questo progetto sarebbe la realizzazione di un sogno straordinario. L’ultima guildive dell'Île-à-Vache ha chiuso probabilmente alla fine degli anni ’70, e quindi la canna da zucchero è coltivata molto meno di un tempo, solo da singoli agricoltori. Ci sarà quindi un lungo lavoro da fare.
Giorno 8 Port-au-Prince
A Port-au-Prince riassaggio i campioni prima del ritorno in Italia
Il giorno dopo, prima di ripartire, torniamo alla nostra distilleria a Port-au-Prince per degustare di nuovo e meglio i campioni assaggiati il primo giorno. Il Sajous nelle botti di Lustau Oloroso è davvero buonissimo, e il barile numero 4 meriterebbe come dicevo un single cask. Quanto al Providence invecchiato a diversi gradi alcolici (77%, 60%, 55%, 52%), non sono completamente soddisfatto di tutti i campioni. Probabilmente alcuni nostri vecchi barili non sono in uno stato perfetto. Quindi chiedo di inviarmi in Italia i campioni di tutti i 113 barili, per degustarli con più calma una volta rientrato.
Nel frattempo, la situazione ad Haiti si è scaldata per via delle elezioni del 7 febbraio. Negli ultimi giorni sono aumentati moltissimo i kidnapping, i rapimenti a scopi politici, per cui siamo costretti a raggiungere l’aeroporto con mezzi blindati.












