Viaggio nel tempo a River Antoine
Quando visitiamo Grenada, nei primi anni Duemila, troviamo un’isola che in quegli anni conserva ancora la sua bellezza originaria. È l’isola delle spezie, dove ancora si produce la cannella con le donne ai bordi delle strade che lavorano la corteccia di cinnamomo per ricavarla.
A Grenada ci sono ancora tre distillerie. La Grenada Distillers produce il rum più consumato sull’isola, il Clarke’s Court. Poi c’è la Dunfermline, che probabilmente visito nel suo ultimo anno di attività. Sembra abbandonata, ci si arriva percorrendo una strada senza asfalto, due auto arrugginite davanti all’entrata, erbacce dappertutto.
Inaspettatamente una voce risponde al nostro richiamo. Entriamo in un piccolo deposito, dove vediamo tre uomini seduti su dei cartoni di rum, in mezzo a sacchi pieni di bottiglie vuote, a far niente. Uno dei tre è figlio del proprietario, ci fa visitare questa distilleria decadente, col mulino ad acqua in mezzo alla sterpaglia.
La fermentazione avviene al piano superiore. La distillazione, in un alambicco in pessime condizioni, posto sotto una tettoia, con fuoco a legna. Nessun barile.
Andiamo in un ristorante vecchio stile, l’Ebony, al primo piano sopra un supermercato, a cui si accede dal cortile, dove mangio per la prima volta l’oil n’ down, piatto tipico di Grenada a base di carne e pesce cotti nel latte di cocco.
La terza distilleria che visito è River Antoine, sulla costa nord-ovest dell’isola, dopo la cittadina di Grenville. E questa è senza dubbio la distilleria è la più bella che io abbia visitato.
È stata fondata nel 1785, ed è ancora in pietra, nella sua versione originale stile coloniale e senza elettricità. È circondata dagli ultimi trenta ettari di canna da zucchero dell’isola, con un fantastico mulino ad acqua, probabilmente dell’Ottocento.
La canna viene portata a mano e messa nelle presse, azionate dagli ingranaggi mossi dal mulino ad acqua. La bagasse viene poi spinta a mano con un carrello e portata a trenta metri, dove forma una montagna.
La distilleria è straordinariamente silenziosa. Non c’è nessun rumore per via della mancanza di elettricità. E qui c’è probabilmente l’ultima boiling house al mondo, dove è ancora in funzione la batterie, formata da quattro enormi contenitori semisferici, riscaldati dal fuoco della bagasse. Si ottiene ancora un succo concentrato, il cosiddetto jus cuit, lo stesso usato prima della guerra dalla Saint James in Martinica.
Dentro tini di fermentazione – che fino a un paio d’anni prima del mio arrivo sono ancora in legno, mentre invece adesso sono in cemento –, avvengono poi le lunghe fermentazioni con i lieviti naturali, che durano più di una settimana.
In vecchi alambicchi double retort pot still di rame, col fuoco diretto, a legna, si distilla quindi un rum bianco fantastico, prodotto in due versioni, una al 69% di alcol e l’altra al 75%.
Una volta imbottigliato, a mano e bottiglia per bottiglia, il rum viene venduto tutto in giornata, con una media di circa 500 bottiglie al giorno.
Qui incontro per la prima volta miss Richards, una delle proprietarie, con un desiderio irrefrenabile di comprare la distilleria o almeno di importare e distribuire questo rum in Italia, ma vista la scarsità del prodotto in quel momento è impossibile. Ci vorranno 17 anni, un corteggiamento molto lungo, e tutta la mia caparbietà per ottenere una quantità molto limitata di bottiglie del mitico River Antoine da poter finalmente distribuire in Italia e nel mondo.





















