Cambiare il destino del gin: Lesley Gracie e la visione di Hendrick’s Gin

Nel 1999, quando Hendrick’s fece la sua comparsa, il gin sembrava una categoria ferma, quasi sospesa nel tempo. Nessuno avrebbe immaginato che un gin prodotto con due alambicchi vintage, arricchito da due ingredienti improbabili come rosa e cetriolo, potesse contribuire a ridefinire il gusto contemporaneo. Dietro quella rivoluzione gentile c’è Lesley Gracie, Master Distiller di Hendrick’s, figura centrale nella nascita e nell’evoluzione del brand.
In questa intervista, Gracie ripercorre una storia emblematica. Dal primo Hendrick’s Original fino ad Another Hendrick’s, sotto il segno di una dualità che da sempre definisce il marchio: riconoscibile ma mai prevedibile, elegante ma curioso, fedele al proprio DNA e insieme aperto alla sperimentazione.

Guardando indietro dopo 25 anni di Hendrick’s, cosa la sorprende di più del percorso compiuto, da quel primo gin “inusuale” fino a dove si trova oggi?
La crescita incredibile che abbiamo visto con Hendrick’s è stata una sorpresa perché, nel momento in cui lo abbiamo lanciato, il gin era in qualche modo sottovalutato, e nella maggior parte dei bar c’erano solo poche bottiglie impolverate. Abbiamo iniziato lentamente, parlando con un bartender alla volta, e poi tutto è esploso in tantissimi luoghi in tutto il mondo.
Molti attribuiscono a Hendrick’s il merito di aver dato il via alla “ginnaissance”, e mi piace pensare che abbiamo fatto qualcosa di concreto per dare una grande spinta alla categoria. Oggi entri in qualsiasi bar e quella bottiglia così distintiva è immediatamente riconoscibile; e io amo ancora vedere le persone prendere una bottiglia dallo scaffale, nei negozi di tutto il mondo, e pensare: “L’ho fatta io!”.
Quando Charles Gordon le chiese di creare un gin diverso da qualsiasi altro presente sul mercato, che tipo di libertà le diede? E cosa ricorda di quel primo incontro e di quell’intuizione iniziale?
Charlie era un vero visionario: riusciva a immaginare un tempo in cui il mondo si sarebbe innamorato del gin, in un momento in cui nessun altro riusciva nemmeno a concepirlo. Charlie voleva un nuovo gin audace, diverso da tutto ciò che era venuto prima. Voleva che ogni suo aspetto fosse differente: dal modo in cui veniva prodotto all’aroma, al gusto, fino al suo aspetto. Partivamo completamente da zero e stavamo riscrivendo la mappa: era incredibilmente emozionante.
Charlie mi diede da utilizzare due insoliti alambicchi vintage, che aveva acquistato all’asta alcuni decenni prima, e voleva incorporare rosa e cetriolo, perché cosa c’è di più tipicamente britannico dei giardini di rose e dei sandwich al cetriolo?
Questi erano quindi i pezzi del puzzle che mi aveva dato, e da lì dovevo trovare una soluzione creativa per mantenere la promessa di creare qualcosa di completamente diverso. La parte più difficile è stata riuscire a inserire nel gin quella nota fresca di cetriolo, perché se si applica calore a un cetriolo, questo perde il suo carattere fresco. È per questo che le essenze di rosa e cetriolo sono il passaggio finale che rende Hendrick’s ciò che è.

Nel corso degli anni, lei ha contribuito in modo decisivo a ridefinire l’immagine del gin, lavorando in un settore che, soprattutto all’inizio, era fortemente dominato dagli uomini. Quanto ha inciso questo aspetto sul suo percorso? Crede che oggi il mondo degli spirits sia davvero cambiato da questo punto di vista?
Ho iniziato la mia carriera negli spirits in laboratorio, sul versante tecnico della produzione, dove ci sono sempre stati uomini e donne. Oggi ci sono in realtà moltissime donne straordinarie che lavorano nel gin. Bisogna essere sé stessi senza insicurezze, e le persone lo accettano e lo rispettano.
All’epoca, Hendrick’s è entrato in un mondo dominato da gin molto più tradizionali, che non avrebbero nemmeno potuto immaginare la possibilità di utilizzare rosa e cetriolo. A quel tempo, l’idea di scuotere così profondamente il mondo del gin era più esaltante, oppure c’era anche una componente di timore rispetto a come sarebbe stato accolto?
Entrare in Hendrick’s proprio all’inizio del suo percorso è stato un momento davvero emozionante. Avevamo la libertà di fare tutto in modo completamente diverso, e conformarsi allo statu quo non è mai stato nei piani. Abbiamo sempre tracciato la nostra strada, ed è questo a essere davvero entusiasmante.
In questi 25 anni il gin è passato dall’essere una categoria quasi statica a una delle più creative e affollate del mondo degli spirits. Quali cambiamenti l’hanno colpita di più, nel bene o nel male?
La diversità di ciò che esiste oggi è straordinaria. Il gin offre moltissime possibilità: puoi usare piante provenienti letteralmente da qualsiasi parte del mondo. Altre categorie, come il whisky, sono molto più restrittive rispetto a quello che può essere utilizzato per produrle. Con il gin, invece, le possibilità con cui puoi giocare sono infinite. Finché la pianta è commestibile, va bene.
La cosa più bella è stata osservare come i bartender abbiano risposto al gin, dal recupero dei cocktail classici fino alla sperimentazione di tecniche e sapori completamente diversi. È stato affascinante vedere come abbiano portato il gin a questo livello incredibile, e la categoria non sarebbe dove si trova oggi senza la loro passione e la loro creatività.

Amo la categoria del gin e non ho molto di cui lamentarmi, a parte forse quando le persone aromatizzano eccessivamente il gin al punto da far perdere il ginepro. Il gin, per essere davvero tale, dovrebbe avere il suo fulcro nel ginepro.
Hendrick’s ha sempre mantenuto un equilibrio peculiare: altamente riconoscibile, ma mai del tutto prevedibile. Come si protegge l’identità di un gin quando tutto intorno cambia così rapidamente?
Hendrick’s viene prodotto nello stesso modo insolito in cui lo abbiamo fatto per la prima volta nel 1999. Quell’essenza fondamentale, il DNA di Hendrick’s, non è mai cambiata. Anzi, ogni innovazione che abbiamo lanciato da allora si costruisce a partire dal liquido originale di Hendrick’s e invita le persone a riscoprirlo. Abbiamo la fortuna di avere un’identità di marca davvero distintiva, una forma di bottiglia riconoscibile, un modo particolare di presentarci in un bar o sul mercato, e il profilo aromatico rotondo di tutti i nostri liquidi ci distingue. Io vedo i sapori come forme e cerco sempre un profilo aromatico rotondo, senza spigoli che sporgano.
Il Gin Palace sembra quasi un’estensione della sua immaginazione: serre, esperimenti, botaniche, strumenti e curiosità. Quanto conta lo spazio fisico nel suo processo creativo?
Credo molto nel fatto che il luogo in cui trascorri il tuo tempo influenzi davvero il modo in cui pensi e ti senti. L’Hendrick’s Gin Palace è un parco giochi creativo, e lo abbiamo progettato con il mio laboratorio al centro, così che possa essere uno spazio di sperimentazione. I fiori selvatici all’esterno, le due serre con climi mediterraneo e tropicale alimentano davvero la mia creatività e permettono una rapida iterazione delle idee. Tutto questo mi mette nella giusta disposizione mentale per provare questo con quello, e poi, se funziona, possiamo capire come portare il liquido a proporzioni commerciali.
Poiché abbiamo le serre e i giardini, possiamo coprire l’intero percorso, dall’inizio dell’innovazione fino alla produzione, all’interno di un unico edificio. È fantastico. Mi piace.

Nel suo lavoro si percepisce spesso l’approccio di un’esploratrice più che “solo” di una master distiller. Da dove nasce la sua curiosità per botaniche, consistenze e combinazioni aromatiche non convenzionali?
Qualche tempo fa ho effettivamente fatto una vera spedizione alla ricerca di botaniche insolite, e sono partita con l’aiuto di un intrepido esploratore e di una tribù in Venezuela che era diventata stanziale solo da una decina d’anni. Mi hanno fatto conoscere moltissime piante insolite e mi hanno impedito di assaggiare quelle che avrebbero potuto avvelenarmi.
La mia curiosità per le botaniche e per il gusto nasce da quando ero bambina. Mia mamma e mio papà amavano il giardinaggio e io li aiutavo. Mia mamma prendeva le foglie dalle piante e le annusava, ed è proprio quello che oggi mi ritrovo a fare ogni volta che sono in un orto botanico, in un garden center o semplicemente durante una passeggiata. Suppongo di essere un po’ rompiscatole, in questo senso.
Credo di essere sempre stata curiosa, sempre a pensare: e se...? E se facessimo questo, combinassimo questi elementi, provassimo quest’altro…
Il mio primo lavoro mentre studiavo chimica fu in un’azienda farmaceutica, e il mio compito era scoprire quali combinazioni di aromi potessero funzionare insieme per mascherare i sapori spesso molto intensi dei medicinali, così da renderli abbastanza gradevoli perché i pazienti li assumessero.
Parliamo di Another Hendrick’s: cacao e fiore d’arancio sono due ingredienti molto evocativi, ma anche delicati da bilanciare in un gin. Che cosa cercava esattamente in questa combinazione, e come cambia la percezione del profilo di Hendrick’s?
È vero, il cacao è una botanica così potente, con una tale profondità di gusto che è insolito utilizzarlo in un gin, perché può essere molto difficile da bilanciare. Ma ha una ricchezza incredibile e, quando viene combinato con la fragranza leggera e calda del fiore d’arancio, funziona davvero: il fiore d’arancio lo alleggerisce e lo solleva, mantenendo al tempo stesso quel carattere ricco e profondo.

Hendrick’s è sempre stato un brand con una forte dualità: i due insoliti alambicchi che utilizziamo creano un distillato che è allo stesso tempo leggero e complesso, mentre rosa e cetriolo danno quel colpo di grazia finale. Per me, quindi, cacao e fiore d’arancio sono molto Hendrick’s: hanno quei due caratteri diametralmente opposti che, quando vengono combinati, creano qualcosa di più grande della somma delle sue parti. È come guardare Hendrick’s da un’altra angolazione, è un lato diverso dello stesso brand: un brand, due diverse dimensioni sensoriali.
Se Hendrick’s Original ha insegnato al pubblico che un gin poteva essere “inusuale”, cosa vorrebbe che Another Hendrick’s insegnasse oggi a bartender e consumatori?
Another Hendrick’s può insegnare a bartender e consumatori qualcosa sulla versatilità del gin. I bartender hanno moltissimo spazio per giocare, e noi li incoraggiamo sempre a farsi avanti; speriamo che ciò che mettiamo in bottiglia accenda la loro immaginazione e li porti a creare cocktail davvero diversi.
Inoltre, Another Hendrick’s può insegnarci qualcosa sull’equilibrio, sulla dualità e sulle diverse dimensioni che esistono dentro di noi. Hendrick’s non è solo una cosa, è anche un’altra cosa. Tutti noi abbiamo lati diversi dentro di noi, e portarli in primo piano non ci rende meno noi stessi; anzi, ci rende ancora più noi stessi. Bisogna abbracciare ciò che ci rende diversi e accogliere tutto ciò che ci rende ciò che siamo.
Dopo tutti questi anni di esperimenti, serre, botaniche e distillazioni, c’è ancora qualcosa che non ha mai osato mettere in un gin, ma che continua a incuriosirla?
Là fuori c’è un intero mondo di cose. Al momento sto lavorando con molti elementi che, tanti anni fa, non avrei mai pensato di provare. Li osservo e cerco di capire che cosa possiamo farne. Il bello del gin, però, è che non c’è fine alle possibilità di sperimentazione, quindi sto sempre giocando con qualcosa e pensando: “e se…?”.















