Selvatiq: il gin che non si può addomesticare


30 gennaio 2026

Nel panorama affollato del gin contemporaneo, Selvatiq occupa una posizione anomala e radicale: niente botaniche coltivate, niente standardizzazione, nessuna scorciatoia industriale.

Solo piante selvatiche raccolte in ecosistemi estremi – dall’Himalaya al deserto dello Utah – e una filiera costruita su relazioni, competenza artigianale e rispetto dei territori.

Con Giacomo Sandri, tra i protagonisti del rilancio del brand, abbiamo parlato di cosa significa lavorare con una materia prima che non si lascia addomesticare, di equilibrio aromatico quando la natura spinge sempre verso l’eccesso, di logistica ai limiti del possibile e di una visione produttiva che rifiuta il concetto stesso di volume per abbracciare quello di profondità. 

Ne emerge il ritratto di un progetto che non vuole semplicemente fare “un grande gin”, ma ridefinire il senso contemporaneo di qualità, lusso e responsabilità.

Selvatiq nasce con un'identità molto forte e radicale. Come si lavora, da "nuovi custodi" del brand, su un progetto così particolare?

Quando abbiamo deciso di rilanciare Selvatiq, ci siamo trovati davanti a un patrimonio unico: un brand che aveva già tracciato una strada radicale e coerente. La nostra responsabilità era preservare e amplificare quell'identità. Ci sentiamo custodi di una visione che va oltre il prodotto: è un manifesto sulla natura, sul rispetto degli ecosistemi e sull'autenticità delle materie prime. 

Il nostro approccio è stato quello di mantenere intatta la purezza del progetto originale – botaniche 100% selvatiche, nessun compromesso sulla qualità, trasparenza totale sulla provenienza – ma allo stesso tempo renderlo più internazionale e comprensibile a un pubblico più ampio. Abbiamo lavorato sulla narrazione, sulla comunicazione del valore intrinseco di ogni botanica, e sulla costruzione di una rete di relazioni con raccoglitori e comunità locali che condividono i nostri stessi valori.

L'uso esclusivo di botaniche selvatiche è uno degli elementi più distintivi di Selvatiq. Dal vostro punto di vista, qual è la vera differenza - tecnica e sensoriale - rispetto a botaniche coltivate?

La differenza è profonda e si avverte immediatamente. Le botaniche selvatiche crescono in condizioni estreme e non controllate: competono con altre specie, affrontano stress climatici, si adattano a terreni poveri. Questo le rende incredibilmente concentrate in olii essenziali, resine e composti aromatici. È una questione di sopravvivenza, la pianta produce più principi attivi per difendersi e prosperare. 

Dal punto di vista sensoriale, si traduce in una complessità stratificata che le botaniche coltivate difficilmente raggiungono. Prendiamo il ginepro: il Juniperus communis, la specie più diffusa e utilizzata nella produzione di gin, ha un profilo aromatico più pulito e prevedibile. Il nostro Juniperus osteosperma del deserto dello Utah, invece, porta con sé note resinose, balsamiche, quasi medicinali – un riflesso diretto dell'aridità e della mineralità del suo habitat. Lo stesso vale per il Juniperus indica himalayano che cresce oltre i 3.500 metri, dove l'aria è rarefatta e il freddo estremo. 

Il risultato è un'intensità aromatica che non può essere replicata in un ambiente controllato. Tecnicamente, lavorare con botaniche selvatiche significa accettare una maggiore variabilità. Ogni raccolto è leggermente diverso, perché riflette le condizioni climatiche di quell'anno specifico. Questo ci obbliga a un lavoro di blending più attento e consapevole, ma ci regala anche una ricchezza che nessuna standardizzazione può garantire.

Nel processo di selezione delle botaniche, quanto contano l'esperienza sul campo e il dialogo con raccoglitori locali rispetto al lavoro di laboratorio?

Il campo è tutto. Puoi analizzare una botanica in laboratorio quanto vuoi, ma se non capisci il suo contesto – il territorio, il clima, la cultura locale – ti perdi la parte più importante della storia. I raccoglitori locali sono i veri custodi del sapere. Conoscono i cicli delle piante, sanno quando e come raccoglierle per preservare l'ecosistema, hanno una sensibilità che nessun manuale può insegnare. 

Nel caso del Juniperus indica, per esempio, lavoriamo con comunità himalayane che da generazioni raccolgono queste bacche a quote impensabili. Loro sanno che bisogna lasciare una parte del raccolto per garantire la rigenerazione naturale, sanno riconoscere le piante più mature senza danneggiare quelle giovani. 

Questo non è solo rispetto ambientale: è intelligenza ecologica. Il laboratorio arriva dopo, per verificare qualità, purezza e sicurezza. Ma la selezione vera avviene sul campo, attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto reciproco. Noi non compriamo semplicemente botaniche, costruiamo relazioni con i territori e con chi li abita.

Dal punto di vista produttivo, qual è stata la sfida più delicata che avete dovuto affrontare?

La sfida più grande è stata garantire continuità senza tradire l'anima del progetto. Le botaniche selvatiche, per definizione, non sono disponibili su scala industriale. Non puoi chiamare un fornitore e ordinare 500 kg di Juniperus osteosperma come faresti con il ginepro comune. Devi coordinare raccolte stagionali, in luoghi remoti, con tempi e quantità che la natura decide. 

Questo si traduce in una logistica complessa: raccolte in finestre temporali ristrette, trasporti da aree difficilmente accessibili, necessità di stoccaggio ottimale per preservare le proprietà organolettiche. 

E poi c'è la distillazione, in cui ogni botanica richiede un approccio specifico. Non puoi distillare il ginepro himalayano con gli stessi parametri del mediterraneo, in quanto temperatura, tempi, metodi di estrazione vanno calibrati per esaltare le caratteristiche uniche di ciascuna pianta. Ed è qui che Antica Distilleria Quaglia, e Carlo Quaglia in primis, sono stati fondamentali. 

La loro esperienza plurigenerazionale nella distillazione di botaniche, unita a una flessibilità e una sensibilità sul prodotto davvero rare, ci ha permesso di raggiungere i risultati che ci eravamo prefissati. Non si sono limitati a "eseguire" una ricetta: hanno sperimentato con noi, hanno capito la visione, hanno messo a disposizione un know-how tecnico straordinario per far emergere il meglio da ogni singola botanica selvatica. Senza la loro apertura mentale e la loro maestria artigianale, Selvatiq non sarebbe quello che è oggi. 

La vera sfida, quindi, non è stata solo tecnica o logistica, ma anche quella di trovare un partner produttivo che condividesse la nostra stessa visione. Un distillatore appassionato e curioso, disposto a sperimentare e ad accettare la variabilità come valore e non come problema. Abbiamo scelto il metodo London Dry proprio perché è il più puro, quello che lascia parlare le botaniche senza artifici, e con Antica Distilleria Quaglia abbiamo trovato chi poteva interpretarlo al meglio.

Quanto è sottile il confine, con botaniche selvatiche così espressive, tra carattere e squilibrio? Come lavorate su infusione, distillazione e blending per mantenerlo?

È il cuore del nostro lavoro. Le botaniche selvatiche hanno per natura un'aromaticità molto intensa e un carattere deciso, a volte quasi preponderante. Il rischio è che una nota domini tutto, creando uno squilibrio che rende il gin imbevibile. La chiave è il rispetto. Non cerchiamo di "domare" le botaniche, ma di creare un dialogo aromatico dove ognuna abbia il suo spazio. Nel metodo London Dry tutte le botaniche vengono distillate insieme in un'unica fase, e qui sta la vera sfida: dosare con precisione ogni componente prima della distillazione, sapendo che non ci sarà possibilità di correggere dopo. 

Durante la distillazione, monitoriamo costantemente temperatura e pressione, separando le frazioni con estrema precisione – teste, cuore e code – per catturare solo la parte più pulita e armoniosa del distillato. Il lavoro di bilanciamento avviene quindi prima, nella composizione della ricetta. Assaggiamo, correggiamo, riequilibriamo le proporzioni fino a trovare quel punto in cui il carattere del ginepro selvatico emerge con forza, senza sovrastare le note secondarie. Dove le resine bilanciano le note fresche, dove l'amaro incontra la dolcezza. È un equilibrio dinamico, mai statico. Ogni lotto richiede piccoli aggiustamenti perché ogni raccolto porta con sé le caratteristiche di quell'anno, di quel territorio, di quelle condizioni climatiche. Ed è proprio questo il bello: non facciamo gin standardizzato, facciamo gin vivo.

Qual è stata la difficoltà più complessa nel rilancio di Selvatiq: produttiva, logistica o culturale?

Onestamente, tutte e tre. A livello produttivo e logistico, Selvatiq è infinitamente più complesso di un gin tradizionale: coordini raccolte in luoghi remoti, gestisci la variabilità delle botaniche selvatiche, lavori con quantità limitate dettate dalla natura. Ma se dovessi identificare la sfida più complessa, direi quella culturale. Il mercato del gin è saturo, e convincere buyer, distributori e consumatori che c'è spazio per un progetto radicalmente diverso non è semplice. Molti guardano il prezzo e si fermano lì, senza capire cosa c'è dietro: la rarità delle botaniche, la sostenibilità della filiera, la complessità produttiva, il valore etico. 

La sfida è stata (ed è tuttora) educare. Far capire che Selvatiq non è "un altro gin premium", ma un progetto che ridefinisce cosa significa qualità. Non competi sul volume, ma sulla profondità. Non vendi bottiglie, vendi una storia, un territorio, un impegno. Abbiamo dovuto costruire un linguaggio nuovo e trovare interlocutori che condividessero questa visione. Bartender che cercano ingredienti distintivi, retailer che vogliono proporre qualcosa di unico, consumatori che vedono il valore oltre il prezzo. È un processo lento, ma quando trovi le persone giuste, la connessione è profonda e autentica. E quello è il momento in cui capisci che ne è valsa la pena. 

Gestire botaniche raccolte in aree remote comporta inevitabilmente imprevisti. C'è qualche episodio che vi ha fatto capire quanto questo progetto richieda flessibilità e visione?

Ce ne sono diversi. Uno che ricordo bene riguarda una spedizione di Juniperus indica dall'Himalaya. Il raccolto era pronto, ma una frana aveva bloccato l'unica strada di accesso alla valle. I raccoglitori hanno dovuto trasportare le bacche a spalla per chilometri, in condizioni estreme, per raggiungere il punto di ritiro. Quando finalmente il carico è arrivato, ci siamo resi conto di quanto questo progetto dipenda da persone che credono profondamente in quello che fanno. 

Questi episodi ti insegnano l'umiltà. La natura detta le regole, noi possiamo solo adattarci. 

Nella società contemporanea siamo abituati a pensare di avere il controllo su tutto, di poter piegare ogni processo alle nostre esigenze. Lavorare con botaniche selvatiche ti riporta con i piedi per terra. Ci sono forze più grandi di noi, tempi che non possiamo accelerare, una complessità che non possiamo semplificare. E forse è proprio questa lezione che dovremmo recuperare: il rispetto per ciò che non controlliamo.

Cosa avete imparato, come team, da questo percorso di rilancio che non vi aspettavate all’inizio?

Abbiamo imparato che l'autenticità è rara, ma quando la trovi, genera connessioni profonde. All'inizio pensavamo che il mercato fosse troppo cinico, troppo guidato dal marketing e dal prezzo. Invece abbiamo scoperto che esiste un pubblico – più piccolo, ma molto più appassionato e in costante crescita – che cerca esattamente quello che offriamo: trasparenza, qualità senza compromessi, una storia vera. 

Abbiamo anche imparato l'importanza della pazienza. Questo non è un progetto che esplode dall'oggi al domani. Richiede tempo per costruire fiducia, per far capire il valore, per creare una comunità. Ma quando le persone capiscono, diventano ambasciatori del brand in modo spontaneo. Infine, abbiamo capito che Selvatiq non è solo un gin, ma una filosofia. 

È un progetto che parla di unicità, sostenibilità, territorio, biodiversità e rispetto delle comunità locali. È un modo per dimostrare che il vero lusso non sta nell'ostentazione, ma nella rarità autentica, nella cura artigianale, nell'integrità di ogni singolo passaggio. 

Ogni bottiglia porta con sé la storia di un ecosistema, di una comunità, di un impegno concreto verso la natura. E questo ci ha dato una responsabilità che non avevamo previsto all'inizio, ma che portiamo avanti con profonda convinzione ed entusiasmo.

Che tipo di responsabilità sentite nei confronti dei territori e degli ecosistemi da cui provengono le vostre botaniche? E come si traduce concretamente nel vostro lavoro quotidiano?

La responsabilità che sentiamo è totale. Ogni volta che raccogliamo una botanica, stiamo interagendo con un ecosistema fragile, non possiamo limitarci a prendere, senza restituire. Questo principio guida il nostro lavoro quotidiano e si traduce in impegni molto concreti. Prima di tutto, la raccolta sostenibile. 

Collaboriamo esclusivamente con raccoglitori che adottano pratiche rigenerative, rispettano i cicli naturali delle piante e non impoveriscono le risorse nel tempo. In secondo luogo, la compensazione equa. Crediamo che le comunità locali debbano beneficiare in modo reale, dignitoso e continuativo del loro lavoro. Non si tratta di assistenzialismo, ma di costruire partnership commerciali giuste e durature. 

C’è poi il tema della conservazione. Oggi sosteniamo progetti come One Tree Planted e, man mano che Selvatiq cresce e si struttura, vogliamo sviluppare iniziative di tutela ambientale sempre più mirate nei territori specifici da cui provengono le nostre botaniche. Per noi non è sufficiente utilizzare una risorsa, ma è fondamentale proteggerla. Vogliamo che tra cinquant’anni quelle piante esistano ancora e che le comunità locali possano continuare a trarne beneficio. Infine, educare. Ogni bottiglia di Selvatiq racconta un territorio, un ecosistema, una biodiversità. Vogliamo che chi la beve sia consapevole di questo, che capisca il valore di ciò che ha nel bicchiere. È una responsabilità culturale oltre che ambientale.

Guardando avanti, ci sono territori, botaniche o idee che oggi ritenete "non ancora pronti”, ma che rappresentano una possibile evoluzione del progetto?

Ce ne sono diversi. Stiamo esplorando botaniche provenienti da ecosistemi estremi ancora poco valorizzati, con profili aromatici completamente inesplorati. C'è anche l'idea di estendere la filosofia Selvatiq ad altre categorie. 

Selvatiq è una filosofia che può essere applicata a qualsiasi prodotto in cui le botaniche selvatiche sono protagoniste. Ma siamo cauti. Vogliamo crescere senza tradire l'anima del progetto. Ogni nuova botanica, ogni nuovo territorio, ogni nuova categoria deve rispettare gli stessi principi: autenticità, sostenibilità, qualità senza compromessi. Preferiamo muoverci lentamente e bene, piuttosto che velocemente e male.

In un panorama di mixology sempre più attento alla qualità delle materie prime e all’identità degli ingredienti, quale ruolo può giocare Selvatiq nella costruzione di un drink? Che tipo di firma aromatica e di valore aggiunto offre ai bartender e ai locali che lo scelgono?

Selvatiq è un ingrediente che porta personalità. Non è un gin "neutro" su cui costruire: è un protagonista con una voce propria e inconfondibile. 

La firma aromatica dipende dal gin. 

Il Desert Gin è secco, resinoso, balsamico, con note quasi medicinali e una gradazione importante (48,6% vol.) che ne rafforza struttura e persistenza. Perfetto per drink amari e strutturati. 

L'Himalayan Gin porta un'aromaticità straordinaria grazie al pepe di Timur, che regala note citriche senza agrumi, affiancato da spezie profonde con un tocco orientale. Elegante, complesso, raffinato. 

Il Mediterranean Gin ha una base calda, agrumata, mediterranea. Versatile ma mai banale. 

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Per i bartender, Selvatiq offre tre vantaggi concreti. Primo, l'esclusività: non è un prodotto onnipresente e permette di differenziare davvero la propria offerta. Secondo, lo storytelling: ogni bottiglia racconta una storia potente che si può trasferire al cliente. Terzo, la qualità: la complessità delle botaniche selvatiche permette di costruire drink stratificati, dove ogni sorso rivela qualcosa di nuovo. 

Per i locali, scegliere Selvatiq è un posizionamento chiaro. Significa affermare che qui non si servono prodotti standardizzati, ma si cercano eccellenza, autenticità e rarità. È un messaggio diretto per chi cerca esperienze, non solo consumo.

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