Scoperta del Grogue
Sull’isola di Maio si vive nel vento: il vento accompagna i pensieri, forma le dune, si trasforma in energia, ma fa anche entrare la sabbia ovunque, non fa crescere le piante, rende il mare più cattivo.
L’isola di Maio è un luogo incontaminato, dove migliaia di tartarughe depongono le uova sulla spiaggia. Ci si arriva via mare, con una nave che parte da Santiago, l’isola principale, o con un twin otter da sedici posti che decolla dal piccolo aeroporto di Praia.
Quando ci andiamo per la prima volta, a Maio la televisione è arrivata da poco, ci sono meno di cento automobili in totale, per un massimo di cinquemila abitanti. L’elettricità è disponibile solo dalle 7.00 alle 24.00; il trasporto più comune è quello pedestre, la gente porta i carichi sulla testa.
Proprio nel porticciolo di Villa di Maio c’è un albergo che si chiama Marilù. È una pensione per commessi viaggiatori, non un hotel per turisti. Nel suo piccolo ristorante è affisso un cartello che chiede di ordinare il cibo desiderato con almeno due ore di anticipo. La donna che sta in cucina si chiama Zazie e, prima di mettersi ai fornelli, va lei stessa nel porticciolo, direttamente dai pescatori, a prendere il pesce fresco per i clienti del ristorante.
Le camere della pensione Marilù hanno il fascino d’altri tempi, un separé di legno tropicale tra letto e lavandino, un’abat-jour con la candela, le finestre consumate dalla salsedine.
La sera al Marilù incontro i commessi viaggiatori che arrivavano da Santiago, unici ospiti dell’albergo, e con loro scopro il Grogue, semplice e vero come la sala da pranzo con le tovaglie rosse del Marilù.
Il giorno dopo, assisto a un fatto più unico che raro, l’arrivo della pioggia, un temporale che qui è considerato un evento. Tutta la gente si spoglia, si lancia sotto l’acqua, inizia a ballare mentre le madri preparano da mangiare in enormi pentoloni, e parte una festa improvvisata per strada, dove si balla e si beve.
La festa dura tre giorni. Mi prendo probabilmente la più grande ciucca della mia vita, bevendo il Grogue da lattine di fagioli. E mi prendo anche un’influenza micidiale, con tutta quella pioggia, dalla quale mi curano proprio con il Grogue, mescolato con dell’aglio schiacciato, del succo di limone, poi flambato e dato da bere ancora caldo, prima di andare a letto. E devo dire che la mattina dopo sono effettivamente guarito.
Da allora, capo Verde diventa un po’ una mia tappa. Un mese dopo ritorno da solo, trovo due produttori, uno è Joao Monteiro, di S. Antao, l’altro è Ferreira di Santiago, e scopro anche che il Grogue viene invecchiato, che quindi esiste un Grogue vejo.
La scoperta casuale del Grogue mi fa capire che esistono ancora al mondo molti distillatori non ancora conosciuti. Non penso ancora di importarlo, ma l’esperienza mi fa pensare che posso cercare prodotti unici, speciali, diversi, per arrivare alla definizione stessa di qualità nel mondo del rum.
Dopo aver importato i diversi rum dai Caraibi cercando tutti quelli conosciuti, adesso posso concentrarmi sulla ricerca della qualità, l’originalità, in una logica di preservazione e valorizzazione di prodotti più autentici possibile.






























