Fior da fiore: mirabilie dal Whisky Live Paris 2026


di Marco Zucchetti 2 ottobre 2026

Se tre anni bastano a un distillato invecchiato per essere chiamato whisky, di certo non bastano tre giorni e tre palati a un visitatore per assaggiare tutto il ben di Dio esposto al Whisky Live Paris.

La ventiduesima edizione si è conclusa lo scorso weekend alla Grande Halle della Villette, nella Capitale francese, e anche stavolta non ha disatteso le sempre altissime aspettative di connoisseurs e professionisti, gourmand e filosofi del gusto, collezionisti e avventurieri del dram. Insomma, il più atteso evento mondiale per innamorati degli spirits, fiore all’occhiello de La Maison du Whisky, si è di nuovo dimostrato il paradiso dell’uisge beatha, e non solo.

Non era scontato. Il consumo mondiale di alcolici non vive il suo momento più felice, in Scozia le distillerie siedono su cataste di barili invenduti, qualcuna ha anche chiuso o sospeso la produzione. Insomma, la crisi è globale e la fiera di Parigi – che val sempre bene la messa di una visita – deve farci i conti, dopo il record di 25mila visitatori nel 2025.

Eppure, nel mezzo della tempesta, nonostante qualche defezione come quella del tribolato colosso Diageo, la Maison di Thierry Bénitah ha dato vita a un meccanismo come al solito impeccabile. La miglior maniera di festeggiare il 70esimo compleanno dell’azienda con i partner e ovviamente con loro, gli appassionati.

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Ora, i tre anni di cui sopra, quelli di invecchiamento minimo, sono anche un tempo consono per un visitatore per imparare a muoversi tra gli stand, a gestire masterclass e assaggi. Alla terza edizione di WLP, insomma, si cominciano a capire le strategie e le tecniche, sia di degustazione sia collaterali. Si matura come il single malt: andare a casa la sera prima aiuta a non crollare sotto il peso dei torbati; un jogging leggero sul Canal Saint Martin butta in circolo adrenalina sufficiente a sopportare i look sopra le righe di certi espositori burloni; mai iniziare dai rum giamaicani a gradazioni da bombardamento atomico; ricordarsi che i daiquiri sono facili come succhi di frutta ma poi reclamano il loro tributo. E la lezione più importante: i cestini di pane sono i tuoi migliori amici.

Con questo bagaglio di esperienza, abbiamo navigato il fiume in piena del Whisky Live alla ricerca di tesori con l’animo degli esploratori, ma consci dei nostri limiti. Ecco dunque non il “best of” (non ci arroghiamo alcuna autorità per farlo), ma molto più umilmente un catalogo delle scoperte più preziose che abbiamo fatto.

Una volta nella vita: Nikka da impazzire

Impossibile non iniziare dalla sedicesima edizione della serie Artist, che quest’anno – come canterebbero i Talking Heads – è roba da “once in a lifetime”. Dubitiamo ci ricapiterà a breve infatti di assaggiare otto single cask di Nikka a grado pieno, considerando che il colosso giapponese l’ultimo barile lo aveva venduto undici anni fa e soprattutto considerando l’eccezionale qualità degli imbottigliamenti: quattro Miyagikyo e quattro Yoichi, tra i quali i due più vecchi mai rilasciati.

Non è questa la sede per commentare le etichette con le opere del fotografo Yoshiki Hase. Noi ci concentreremo sui liquidi e daremo le nostre personalissime preferenze.

Stupefacente il Miyagikyo over 10 anni, che nonostante la giovane età colpisce per un gioco freschissimo di propoli, frutta gialla e sensazioni floreali che vengono screziate da una torbina leggera, quasi forestale. Di grande concentrazione e pulizia, ha un’anima vegetale che incanta.

Animale fantastico e funky è invece lo Yoichi 20 anni invecchiato in botti di Mizunara, dove il rovere giapponese crea un universo inesplorato di luppoli e genziana, sensazioni animali e umami. Si va dalla papaya al bollito con mostarda, in un tripudio di rivoluzioni sul palato. Per cultori dei whisky fuori dagli schemi.

Fuori dal mondo è invece lo Yoichi 40 anni, ancor più sorprendente del seppur clamoroso Miyagikyo suo coetaneo. La gradazione insolitamente alta, l’acidità scattante da passion fruit, i sentori freschi di melissa… Tutto si fonde in un corpo oleoso vecchio stile, fatto di inchiostro e cotognata, spezie e frutta secca, tela cerata e medicinali. Un arazzo di guizzi sapidi e frutta trasfigurata, lunghissimo e universale.

Sul serio, il whisky dell’anno.

Giappone reloaded: dagli assi al jolly

Rimaniamo in terra di sushi e sakè (a proposito, anche quest’anno la zona dedicata al vino di riso non siamo riusciti a studiarla bene: rimandati alla prossima edizione) per segnalare altri tre assaggi.

Partiamo dai 4 single cask di Chichibu per la serie “Les Anthologistes” che racchiude gli imbottigliamenti esclusivi della Maison di quest’anno. Illustrazioni a nostro gusto splendide firmate da Kazumasa Nagai, mentre per la Paris Edition 2026 si va sul classico, con le ninfee di Monet nel centenario della morte. Ma stiamo ricascando nella tentazione artistica, stiamo concentrati sul liquido. E quindi citiamo il first fill ex bourbon cask #7966: 8 anni, grado tonitruante di oltre 63%, ma con una crema favolosa se diluito con due gocce d’acqua.

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Rimaniamo a Chichibu e soprattutto a Ichiro Akuto, proprietario e distiller, protagonista di una masterclass memorabile. Fu Ichiro a “salvare” le 400 botti della distilleria di famiglia, la Hanyu, chiusa negli anni Duemila, e a trovare poi le risorse per fondare la Venture Whisky e in seguito costruire e aprire Chichibu. Al WLP abbiamo avuto la fortuna di partecipare alla degustazione di 4 whisky unici, fra cui una bottiglia mitologica: il “Joker” della Cards series. Un assemblaggio di barili di Hanyu distillati fra il 1985 e il 2000. Barili di qualsiasi tipo (bourbon, sherry, cognac, madeira) che danno vita a un ircocervo in cui si fondono la spezia multiforme tipica di Hanyu, una composta di frutta esotica e una magnifica commistione di cioccolato amaro, frutti rossi e sensazioni natalizie.

Chiudiamo infine con una novità moderna, servitaci direttamente dal master distiller Shinji Fukuyo al sempre affollato ma raffinato stand Suntory: lo Yamazaki Refill Spanish Oak, una limited release (numero ufficiale di bottiglie non indicato, ma vicino alle mille) che è un inno all’equilibrio innato dei whisky maker giapponesi. Albicocche secche, malto nella sua espressione più golosa e un accenno di spezie e praline al caffè da sciogliersi.

Vive la France: il whisky “della casa”

Chiamare il whisky della casa Lamaison, quando la casa in questione è La Maison du Whisky, sembra originale come chiamare una pizzeria Bella Napoli. In realtà è forse il progetto più innovativo, coraggioso e ammirevole dell’edizione 2026. Sì, perché dimostra quanto il sistema whisky d’Oltralpe sia strutturato e solido. Le distillerie nel 2000 erano 7, oggi sono oltre 150. Basterebbe questo dato per far riflettere i colleghi italiani, storicamente più inclini alle faide che alle alleanze. E invece no, arriva Lamaison-Whisky de Pays a darci il colpo di grazia.

Si tratta di un triple grain whisky (frumento, malto e segale) distillato in 11 diversi tipi di alambicco, da quelli ambulanti a quelli “a vasi”, dallo charentais all’armagnacais. Una produzione in small batch con un invecchiamento non indicato che va dai 5 ai 23 anni e una gradazione di 46%. E soprattutto un concetto chiaro: “La nostra distilleria è la Francia”. Il giusto livello di grandeur e di orgoglio nazionale per creare una specie di super-whisky dell’Esagono, per una bevuta godibile, in cui la materia prima è protagonista. Niente torba, ma un accenno di frutta tostata, biscotto al burro e agrumi lievi per un entry level ruspante come un galletto. Francese, ça va sans dire.

Vive l’autre France: intermezzo fra Calvados e Cognac

Abbandoniamo un attimo il whisky per un salto tra gli altri distillati nobili transalpini. Senza pretesa di enciclopedismo, segnaliamo tre bevute commoventi per diversi motivi. Partiamo con il Calvados Christian Drouin Experimental – Kilchoman Angels, appena rilasciato: un classico, profondissimo Calvados del maestro Drouin invecchiato 23 anni, ma affinato per 10 mesi in botti che avevano contenuto il single malt torbato di Islay. Incredibile come il fumo isolano aggiunga ulteriore spessore al distillato a base di mele, per un sorso ampio e piacevolmente autunnale.

Lascia senza fiato poi il cognac Grosperrin Grande Champagne “Âge inconnu” lot. 1277, appena imbottigliato dopo oltre 60 anni in legno. Un cognac degli anni ’50 di finezza e rigore adamantini, fiero e ieratico nel suo profilo floreale che dilaga in un finale secco e austero.

Ci sarebbe poi un armagnac 61 anni di un imbottigliatore tedesco che nel nome si definisce gourmet, ma nei modi si è dimostrato accogliente come solo in Nordreno-Westfalia sanno essere. Alla richiesta del reporter di poter assaggiare un intrigante Lagavulin 31 anni, il rigoroso teutonico ha reagito chiedendo i documenti. Inelegante, ma siccome noi siamo pur sempre stati cresciuti nel culto delle buone maniere, non serbiamo rancore e consigliamo comunque il suo Château de Gaube 61 anni, versatoci da un suo più gentile collega: un bolide sensoriale potente almeno quanto gli insulti che abbiamo mentalmente rivolto al micragnoso responsabile dello stand in area VIP.

Cara, vecchia Scozia: compleanni & frutta tropicale

Sì, ma lo Scotch? Ci pare di sentire il lettore che morde il freno ed esige di sapere cosa ha offerto la patria del whisky sull’altare del WLP26. Beh, per ragioni di tempo e spazio ci limiteremo a segnalare quanto ha particolarmente vellicato i nostri sensi e la nostra fantasia.

Innanzitutto meritano una citazione due imbottigliamenti celebrativi: il single cask #268 di Old Pulteney per la già citata serie “Les Anthologistes” (bourbon barrel di 17 anni, eccezionale esempio di come il malto costiero della distilleria di Thurso esploda di sentori minerali nei barili di rovere americano) e il Glenfarclas 190th anniversary, ultimo capitolo della trilogia che celebra i quasi due secoli di attività dell’unica distilleria di Scozia che ancora utilizza il fuoco diretto. Malti da cinque decadi diverse per una sherry bomb mai pesante, in cui cioccolato al latte, frutta e toffee abbracciano il palato.

Sempre nelle zone della maturazione in sherry ci ha fatto impazzire il nuovo Glendronach 30 anni, in cui una porzione di botti di amontillado “alleggerisce” il tradizionale profilo dell’accoppiata oloroso-PX. Quindi fichi, creme caramel e crostata alla marmellata oltre a un intrigante senso di funghi e noci. Non lungo, ma splendido. Decisamente più lungo e sul versante speziato del cielo è invece il Macallan 31 anni imbottigliato da Sukhinder Singh per la serie “Single malt of Scotland” di Elixir distillers: masticabile, cremoso, con un corpo poderoso fatto di mokaccino e gianduia.

Rimaniamo sui trentenni – ah, che nostalgia dei trent’anni… — per due fuoriclasse molto diversi fra loro. Da un lato un mostro sacro come il Laphroaig 35 anni “Dugald Johnston”, appena rilasciato in 5.500 esemplari con le magnifiche illustrazioni di Bill Bragg: un Laphroaig più fresco e medicinale comme il faut, in cui striature resinose e balsamiche impreziosiscono la classica torba vegetale di Laphroaig, tra braci di falò, prugne e acciughe al burro. Dall’altro una creazione di Angus MacRaild, che non solo è il partner in crime di Serge Valentin di whiskyfun.com, ma è anche titolare di Decadent Drinks. Al suo stand abbiamo assaggiato un bizzarro Bruichladdich di 20 anni creato con due barili ex bourbon ed ex sauternes poi blendati in una botte ex Springbank (!), e soprattutto un Cragganmore 36 anni che sta alla frutta tropicale come Audrey Hepburn sta al tubino nero: esplosivo, carnevalesco, un vortice di ananas e cera, mango e noci di macadamia salate. Uno stile che non stanca mai.

Chiudiamo la panoramica con tre ultime citazioni: Oscar alla carriera per lo Scapa 21 anni, che in botti di rovere americano di primo riempimento ci ricorda la qualità del malto della distilleria delle Orcadi per troppo tempo dimenticata per colpa di imbottigliamenti discutibili; Oscar per il miglior attore non protagonista all’Islay blended malt 16 anni della serie Whisky Trail, ancora di Elixir distillers, un dram divertente frutto del finish di tre anni in botti ex sherry oloroso di due barili torbati; Oscar per i migliori costumi, invece, per il Ledaig 18 anni “First murderer”per la serie dedicata al Macbeth e illustrata da Quentin Blake, con le note di degustazione di quel gigante di Dave Broom. Sarà che il profilo zozzino di Ledaig ci entusiasma, sarà che l’accoppiata Shakespeare-Broom solletica la nostra parte pseudo-intellettuale, ma ci siamo entusiasmati.

Un po’ vintage, un po’ rivoluzione: il metablend Anthology

Quando lo abbiamo semplicemente annusato, è come se un incantesimo ci avesse catapultato in una di quelle cantine di qualche collezionista milanese di whisky, una di quelle in cui sugli scaffali se ne stanno ancora bottiglie degli anni ’60 e ’70. E sono proprio loro, i blended del passato, ad essere i protagonisti di questo whisky inimitabile.

Anthology, che sarà in vendita soltanto al Golden Promise – il whisky bar di LMDW di rue Tiquetonne, regno indiscusso di Salvatore Mannino – è infatti un metablend, ovvero un blend di vecchi blended. Lo ha creato John Glazer, già genio creativo di Compass Box, ovvero il brand che ha contribuito a dare al blended malt l’attenzione che merita. John ha avuto accesso alla cantina segreta del Golden Promise e ai suoi 350 diversi blended dagli anni Cinquanta ai Novanta. Tra questi, ne ha scelti 70, che con un’ulteriore selezione si sono ridotti a 46. Di questi, una quantità tra 1 e 21 bottiglie ciascuno sono finiti nel “vat” che ha dato vita a questa edizione di 196 bottiglie che ricreano la suggestione di un vecchio blended, per di più dotato di quel che gli esperti chiamano “old bottle effect”. Ecco, questa patina seducente di biblioteca e olio di lino, questa inebriante sensazione di burro vagamente irrancidito e nocciole, riverbera dal bicchiere, per un’esperienza sensoriale difficilmente imitabile.

Il mondo non basta: dalla sauna ai fanghi

Esauriamo la scorribanda tra i whisky con due curiosità da Paesi inconsueti, che se non possono rivaleggiare con certi giganti sopracitati per qualità, usano le armi della sperimentazione e della valorizzazione del genius loci.

Il primo è un rye finlandese, ovvero il Kyrö Sauna stories chapter 3: segale locale torbata invecchiata per tre anni in botti ex bourbon e altri tre anni in barili che avevano contenuto vino da dessert Monbazillac. Difficile trovare un prodotto così ben integrato nonostante la giovane età e la molteplicità di sentori, dal caratteristico aroma di segale alla dolcezza del barile, fino al fumo di torba. Originale, sì, ma anche tecnicamente impeccabile.

Il secondo è il progetto “Terroir” che la distilleria israeliana Milk&Honey sta portando avanti con il suo single malt Apex: 4 imbottigliamenti in cui il whisky viene lasciato a maturare in quattro differenti warehouse poste in zone climaticamente molto diverse, dalla depressione del Mar Morto (angel share mostruosa, buona per i fanghi ma meno per l’invecchiamento) al deserto del Negev, dal mare di Galilea dove Gesù camminò sulle acque alle montagne di Gerusalemme, dove l’unico miracolo è quello di un whisky sorprendentemente fresco e agile al sorso.

Cinquanta sfumature di canna: farfalle, rane e unicorni

Siamo giunti alla fine del safari, ci mancano le bestie più indomite, cioè i distillati di canna. Che forse per caso, forse connessione zoologica, quest’anno giocano con gli animali in etichetta. Lo fanno senz’altro i Neisson della serie Artist, illustrati dall’artista martinichese Yohanna Reynaud. Dei sei imbottigliamenti decisi da Grégory Vernant e dalla Maison e Velier di Thierry Bénitah e Luca Gargano, due sono quelli che ci hanno fatti decollare: il bianco “L’esprit Clos Godinot”, proveniente dalla parcella più pregiata dei terreni di Neisson e incredibilmente approcciabile nonostante i 70% (etichetta con la rana) e il 10 anni invecchiato in un mix di botti ex bourbon e mizunara, forse il più complesso e iridescente della collezione (etichetta con la scolopendra).

Con le farfalle endemiche della foresta di Trelawny gioca invece la serie che Hampden dedica ai suoi otto marks (più uno). Nove imbottigliamenti con le diverse “ricette” a diverso grado di esteri, tutti invecchiati in botti ex cognac e imbottigliati a 57%. Assaggiarli in scala, dal più leggero al più heavy, è un’esperienza mistica, come provare a leggere il Finnegans Wake di Joyce: roba da stoici. Noi li abbiamo assaggiati in diversi momenti e alla fine citiamo il DOK, il più radicale, estremo e fieramente funky della casa: gli esteri si abbattono sul palato come gli Ussari alati sugli ottomani che assediavano Vienna. Epico.

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Niente animali ma tanta qualità in due distillati di canna caraibici haitiani. Providence presenta il suo 5 anni in botti ex Caroni, una versione più muscolare e “pimpata” dello splendido 3 anni distillato nel 2020 e invecchiato in botti ex Providence, uno dei rhum agricoles più fini e delicati in circolazione. Lascia stupefatti invece Vieux Casimir 10 anni, il più vecchio Clairin di sempre, distillato a partire da canna hawaiiana e invecchiato in 5 fusti ex Caroni. Se Luca Gargano con il suo lavoro ha contribuito a far conoscere il Clairin al mondo, con questo capolavoro ha mostrato allo stesso Clairin che il suo unico limite è il cielo: acuminato, con note di citron vert e tamarindo, in bocca acquista in frutta tropicale, con sfumature di idrocarburi e quasi foglie di tè. Cosa può diventare questo giovincello, nessuno lo sa.

Abbiamo nominato Caroni e Luca Gargano, quindi come non citare la masterclass che mette insieme questi due miti. Il patron di Velier ha infatti raccontato per la prima volta la vera storia della distilleria di Trinidad e di come riuscì a comprarne lo stock, rendendo il marchio immortale. Un’avventura incredibile narrata davanti a quattro assaggi sontuosi, tra cui spiccava il 17 anni distillato nel 1996 e imbottigliato per la serie dedicata agli ex dipendenti della distilleria chiusa. Mai provato un Caroni così fresco e balsamico, che alle consuete profondità di diesel e spezie unisce un’idea di santoreggia e unguenti medicamentosi.

Last but not least, tre chicche dal portafoglio Velier di quest’anno: il Mount Gay 2023, un single estate rum dalle Barbados che fa parte di una serie di tre imbottigliamenti che segnano una svolta nella partnership tra l’azienda genovese e il più antico marchio di rum al mondo, il quale ha finalmente consentito l’utilizzo del proprio nome su un’etichetta che richiama lo stile delle bottiglie anni ’50; il single cask #28 STCE, rum di melassa mark Cambridge distillato a Long Pond (Giamaica) e imbottigliato a 65% dopo 17 anni di invecchiamento tropicale; la terza release del R.A.S.C. 1954, che unisce 14 flagons (damigiane) rimaste nei magazzini di Liverpool della Royal Army Service Corps dopo la fine del rito del Tot, ovvero la distribuzione quotidiana della razione di rum ai marinai. Un pezzo di storia.

Cocktail street: Martiny’s & Daiquiri

Come sempre, non si può parlare del Whisky Live Paris senza citare quella che è l’anima più festaiola della manifestazione, ovvero l’area all’esterno della cosiddetta Cocktail street, il luna park della miscelazione. Due le esperienze che non dimenticheremo. La prima è il Nikka bar, quest’anno ispirato al Martiny’s di New York, dove Takuma Watanabe (best bartender 2024 agli Spirits Business Awards) ha creato una drink list incentrata sul gusto culturale giapponese: ammaliati dal “Tea ceremony” con Nikka Coffey grain whisky, matcha, acqua di cocco, liquore al cacao e fiori di shiso, saremmo caduti volentieri in una tinozza di “Melon cream soda”, bella variazione di highball a base Taketsuru Pure malt. Epperò alla fine abbiamo ordinato un bis di “Olive & Honey Vesper”, un Martini a base mista (vodka e gin) con olio extra vergine, kefir, miele, e purè di mandarino filippino. Siamo pur sempre dei James Bond mancati.

Agli antipodi del Martini troviamo invece i daiquiri che esaltano quella che è un’altra delle migliori sorprese del WLP26, ovvero Hampden Fresh. La distilleria giamaicana è celebre per i rum “high esters”, da sempre utilizzati soprattutto per dare struttura ai blend. Per il mercato interno, e solo recentemente per l’export, viene commercializzato un rum bianco chiamato Rum Fire, imbottigliato a 63% come da tradizione locale. Da qui, l’idea di Luca Gargano e Daniele Biondi, export manager di La Maison & Velier: convincere Hampden a produrre un rum bianco a grado più basso, che potesse letteralmente far esplodere di sapori i cocktail.

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Lo hanno chiamato Fresh, come i giamaicani chiamano il rum appena prodotto (e il rum rubacchiato dai tubi…); hanno scelto di unire i mark più leggeri; hanno spazzato via cocchi e palme dal packaging. E così hanno creato un liquido inaspettato, versatile, gastronomico, che ridisegna la categoria dei rum bianchi e consente di chiudere questo reportage con una considerazione talmente banale da sembrare paradossale: nell’empireo dei distillati, tra pietre miliari e liquidi vetusti, a volte basta un punto di vista diverso per regalare ai consumatori qualcosa di unico, in grado di aprire palati e occhi su nuovi panorami. Cose da visionari, cose da Whisky Live Paris.

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