Ritorna il Gin dei monaci di Vallombrosa

Da cento anni nel cuore dell’Appennino tosco emiliano, in quello che può essere definito il gran cru del ginepro, i monaci benedettini dell’abbazia di Vallombrosa (FI) producono l’unico gin storico italiano. I monaci residenti all’abbazia negli ultimi decenni sono drasticamente diminuiti e circa dieci anni fa, quando la moda del gin era in piena esplosione, la produzione a Vallombrosa è stata sospesa. La Velier ha convinto i religiosi a riprendere l’attività e venerdì 15 gennaio ha ritirato le prime bottiglie pronte per essere distribuite. Niente muletti o transpallet all’abbazia: Padre Mario, Padre Sergio, Padre Alessandro, persino la cuoca, tutti hanno dato un mano nel trasporto delle bottiglie in uscita dal piccolo laboratorio.

L’abbazia costruita nel 1028 da San Giovanni Gualberto, che fondò la Congregazione Benedettina di Vallombrosa, si trova a 1000 metri sul livello del mare e la si raggiunge percorrendo per circa mezz’ora una strada a tornanti, tra alberi secolari e sprazzi di cielo. Il visitatore che sale verso l’abbazia, arrivando dall’autostrada e dal traffico cittadino, si trova immerso in un silenzio rarefatto che rende il paesaggio ancora più affascinante. Vallombrosa custodisce tante bellezze: dal coro ligneo intagliato da Francesco di Poggibonsi al bassorilievo di scuola robbiana. Ma sono le competenze artigianali dei monaci a rendere eccezionale una visita all’abbazia. I religiosi che ancora oggi vivono a Vallombrosa sono cinque e ciascuno si dedica ad un’attività specifica: dall’accoglienza all’apicoltura fino alla produzione di liquori e distillati di erbe per cui i benedettini di Vallombrosa sono famosi da sempre. Tra questi negli anni si è distinto proprio il Gin Dry, prodotto dai monaci utilizzando una varietà selvatica di bacche di ginepro che cresce sulle colline tra San Sepolcro e Pieve Santo Stefano. Sono bacche con una grande concentrazione aromatica che ne consente l’impiego mono-varietale nella produzione del gin, produzione che a Vallombrosa avviene per macerazione. Il Gin Dry che nasce all’ombra dei chiostri dell’abbazia è, dunque, frutto della lavorazione rigorosamente artigianale portata avanti dai monaci e basata su una ricetta segreta; in linea con la tradizione, si è scelto di imbottigliarlo utilizzando la bottiglia originale (bottiglia margherita) in uso fin dagli anni ‘80.

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